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	<title>Paolo Di Paolo &#187; In Italia</title>
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	<description>Uno che scrive</description>
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		<title>Pasolini, l&#8217;inattuale che non dà lezioni</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2020 08:34:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mi piace Pasolini, non mi piacciono i pasoliniani.</strong> Mi piace la vitalità – disperata o no che sia – di chi non si risparmia, di chi non calcola mai la quantità di energia da spendere. Né il rischio che quello spendersi produce. Mi piace un verso di Zanzotto che, parlando di lui, dice che «era dappertutto con la sua passione di tutto». Mi piace la serietà: il fatto che in pubblico non ridesse praticamente mai – ciò che l’avrebbe reso inadatto ai social, e ciò lo rende abissalmente distante dalla fiera del ghigno, della risata permanente, a cui purtroppo contribuiscono anche gli scrittori. Mi piace l’autorevolezza, il credito guadagnato in fretta, con ostinazione; e nonostante le vessazioni, le ostilità aperte, le espulsioni. Quando pubblica Ragazzi di vita ha trentatré anni. Quando gira Accattone non ne ha compiuti quaranta. Mi piace il fatto che non perdesse tempo.</p>
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<p>Mi piace il suo continuo sperimentare, forme e generi; il suo cercare lingue e linguaggi: il friulano delle origini per dire l’idillio disperso, il romanesco, acquisito, studiato, per dire la vita di borgata, e ancora, l’italiano aulico, l’italiano giornalistico, l’italiano illuminista, l’italiano contorto, l’italiano sciatto, l’italiano sensuoso. E la lingua del cinema: per superare i limiti della lingua italiana. Mi piace il fatto che, al contrario di quanto si dica – attualizzandolo in modo frivolo – sia al fondo inattuale. Ma l’Inattuale è spesso lo spazio abitato dagli intellettuali autentici, che non sono, come si crede, profeti. Mi piace il contraddirsi, anche davanti a ciò che non capiva, che si sforzava comunque di capire. Il tono perentorio con cui, in una “lettera luterana” a Calvino, così diverso da lui, gli domanda più volte: ma perché questo? Perché questo? Mi piace che molte sue convinzioni risultino tuttora inaccettabili per gli stessi che lo ammirano, e che fingono di dimenticarle, di non vederle, o – molto più banalmente – non le conoscono. Intanto, si scattano un selfie con la sua icona alle spalle. Mi piace che suscitasse e possa ancora suscitare anche profonda antipatia: in un racconto di Parise, intitolato proprio “Antipatia”, appare un intellettuale con una «faccia ossuta a forma di pugno» e una «voce dolcina». Non nasconde di detestarlo, di detestare, dietro quella maschera, «il Pasolini Castigatore», la coscienza della Nazione, la vittima sacrificale.</p>
<p>Mi piace che non vi sia nessuna lezione, nessuna eredità, nessuna concreta possibilità di imitarlo o di seguirne la strada; ed è patetico chiunque se lo proponga o se lo sia proposto. Mi piacciono anche le pagine oggettivamente brutte, imperfette, irrisolte, superflue, di un’opera che ha nella sua esuberanza, nel suo sperpero, nella sua enormità la sua forza: più nell’impressionante sequenza dei gesti, che nel gesto singolo. Mi piace, dietro tutto ciò che pure risulta sgradevole, l’irriducibile tenerezza, la capacità di sentire le cose, tutte, una per una – il rotolio dei tram, le dita che contano i soldi, le urla dei ragazzi davanti al rombo del mare, la città, in un colore eterno d’estate, e i corpi che siamo. E la sera che, «benché triste, così dolce scende / per noi viventi».</p>
<p>L&#8217;Espresso, 25 ottobre 2020</p>
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		<title>Moravia questo sconosciuto</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2020 08:54:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[In Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Se dici Alberto Moravia, dici Gli indifferenti, il sesso, La noia. Tutt’al più, il film di Bertolucci, Il conformista. Ah, e quelli di De Sica e di Godard. E poi? L’avete mai letto (<a title=" Moravia questo sconosciuto" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2020/11/01/moravia/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Se dici Alberto Moravia, dici <em>Gli indifferenti</em>, il sesso, <em>La noia</em>.</strong> Tutt’al più, il film di Bertolucci, <em>Il conformista</em>. Ah, e quelli di De Sica e di Godard. E poi? L’avete mai letto Moravia? La fama, per paradosso, è il principale nemico di alcuni scrittori. Ne condiziona la lettura e la rilettura, quasi al punto da renderla superflua. Inscatola, etichetta, neutralizza. Ho in mente almeno una ventina di conoscenti fra i trenta e i cinquant’anni, diciamo pure letterati, che al nome di Moravia farebbero un’espressione da saputelli tediati. In verità, non ne sanno niente. Si fidano di un sentito dire, di un lunghissimo, avvolgente e ormai arido sentito dire. Che non è passato nemmeno dai banchi di scuola, dove Moravia non è mai stato davvero accolto.</p>
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<p style="font-weight: 400;">Giocando d’anticipo, il trentennale della morte, il prossimo 26 settembre, può essere l’occasione giusta per ricominciare finalmente il racconto da una prospettiva nuova. Nel 2000, a dieci anni dalla scomparsa, la sensazione dominante fu che l’autore degli <em>Indifferenti</em> fosse stato già dimenticato. Sandro Veronesi, rispondendo a una provocazione di Antonio Debenedetti sul “Corriere della Sera”, scrisse che ad avere dimenticato subito Moravia, più che i suoi colleghi giovani e meno giovani, erano stati «medici, consiglieri comunali, professori, ingegneri, dirigenti di banca, commercialisti, avvocati, proprietari di negozi e di ristoranti: gli italiani, insomma, borghesi e benestanti che non hanno fatto molta fatica ad assorbire, attraverso i decenni, le travolgenti trasformazioni della società occidentale, ma che continuano a non avere la minima idea di quanto proprio per loro sarebbe importante ricordarsi di Moravia».</p>
<p style="font-weight: 400;">Nel settembre 1990 al governo c’era Andreotti; presidente della Repubblica era Cossiga. Tempo fa, ho passato mezza giornata in un’emeroteca per recuperare i quotidiani usciti all’indomani della morte di Moravia, e sono rimasto impressionato. La scomparsa di Moravia era la notizia principale, con titoli a cinque, sei colonne. Mai più visto tanto spazio per uno scrittore, se non da ultimo per Camilleri. “Repubblica” apriva con un cubitale «Senza Moravia», una vignetta malinconica di Forattini, un editoriale di Umberto Eco. Enzo Golino raccontò di averlo visto a cena l’ultima sera: «Era arrivato da solo, guidando quella sua macchina un po’ terrorizzante, con i pedali invertiti per consentire alla sua gamba offesa un controllo sicuro… A tavola era stato brillantissimo in quella sua conversazione così particolare, a scatti, incisiva. Dall’Iraq a Gorbaciov, dal ruolo degli Stati Uniti nella crisi del Golfo all’Italia mangiata dalla mafia: per tutto aveva una sua idea, magari discutibile ma lucida, essenziale, precisa. E la esprimeva con quel linguaggio squadrato, brusco, che ti faceva sentire attraversato dal laser della sua intelligenza».</p>
<p style="font-weight: 400;">Moravia opinionista. Anche questo, nella ricezione postuma, ha nuociuto? In un divertente passaggio televisivo in bianco e nero accanto al suo amico di vecchia data Montanelli, Moravia si fa spiare al telefono con giornalisti che gli chiedono di tutto. Che cosa pensa dell’ipocrisia? Che cosa pensa del maquillage della donna? E lui risponde, non si nega. Così confermava e cristallizzava – anche dalle pagine di questo giornale – la fisionomia dell’intellettuale novecentesco <em>engagé</em>, il firmatario di appelli. Ma con una curiosità, una passione, un desiderio di capire inesausti. Per “L’Espresso” del 27 novembre 1983 – uno fra centinaia di esempi – andò a intervistare un consigliere di Andropov, l’allora segretario del partito comunista sovietico, e gli chiese: «Signor Arbatov, lei crede che nel prossimo futuro verrà varcata la soglia atomica con l’uso, in una guerra minore, di armi atomiche tattiche di piccolo calibro?». «Signor Moravia – risponde Arbatov – io non credo che ci possa essere un conflitto nucleare limitato con uso di armi nucleari tattiche di piccolo calibro in quanto, a mio avviso, questo conflitto limitato sarebbe soltanto l’inizio di un conflitto più vasto».</p>
<p style="font-weight: 400;">Vedeva all’orizzonte «una realtà insidiosa e per giunta incontrollabile se non con strumenti molto sofisticati, lenti a pronunziarsi e, alla fine, terribilmente ambigui nelle loro risposte». Eccola! E l’inverno nucleare era la sua grande angoscia negli ultimi anni. Se ne occupa anche nel libro postumo che raccoglie gli articoli scritti da parlamentare a Strasburgo («con il proposito pubblicamente dichiarato di servirmi di questa elezione per fare la propaganda al disarmo nucleare»), <em>Diario europeo</em>. E se ricominciassimo a leggere Moravia da qui? C’è uno scrittore quasi ottantenne che continua a interrogare la realtà con la pretesa che essa si riveli, a forza di domande. Lui ne pone innumerevoli: nette, di una intelligenza smagliante perché capace anche di ingenuità. «Questa borghesia così civile e così sfumata farà l’Europa?». «L’Europa è un continente nervoso, scontento, problematico, ed è notevole che lo è non soltanto nelle parti occidentali ma anche in quelle orientali, dal Portogallo alla Polonia. Perché questo?».</p>
<p style="font-weight: 400;">«Perché questo?» è una domanda che ripete di continuo, di fronte a un libro che ha appena letto, a un discorso politico, di fronte al “comunicatore” Reagan o alle clip di Videomusic, «le cui immagini in qualche modo si accordano molto bene con l’idea della fine del mondo ballata, cantata e suonata». C’è una pagina straordinaria sulla storia europea come «ricca e preziosa stoffa <em>double-face</em>. Da una parte, ci sono i particolarismi feudali, monarchici, nazionali; dall’altra, l’universalismo culturale europeo». E poi, per tradurre in un’immagine «la cultura europea ai suoi buoni momenti», evoca un temporale africano nella stagione delle piogge, drammatico e universale, che disseta imparzialmente la terra, noncurante di frontiere, proprietà, limiti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Di spirito europeo, d’altra parte, il giovanissimo Moravia si era nutrito per via di letture precoci («Spesso penso a Shakespeare, a Dostoevskij, questi grandi creatori, questi grandi padri e allora mi sento il diavolo in corpo – come si farà a ripercorrere tali strade?», scriveva in una lettera a vent’anni), ma anche dal vero: frequentando a Londra, nei primi anni Trenta, salotti, circoli, club letterari con protagonisti come Lytton Strachey e E.M. Forster. La cultura di Moravia – nato Pincherle, per metà ebreo, cugino dei fratelli Rosselli – è tutto fuorché provinciale; e nel <em>Diario europeo</em>, come in un distillato ultimo, si coglie la rara e impressionante disinvoltura di chi sa passare, come cambiando un paio di occhiali, da Machiavelli e Guicciardini a Balzac e Proust, da Kafka a Borges; di chi sa connettere l’ultimo libro di Elsa Morante, che era stata sua moglie, a Stendhal e a Manzoni in un disegno interpretativo nitido, anzi trasparente.</p>
<p style="font-weight: 400;">La trasparenza, d’altra parte, è una delle qualità essenziali della scrittura di Moravia. Che non allude, ma piuttosto chiarisce, semplifica, porta ai minimi termini. Ciò che appare meccanico, monotono, o asciutto al punto da sembrare freddo, asettico, è il risultato di uno sforzo preciso: ridurre l’esistenza alla sua nuda e pura trama. Sorprendere in azione il meccanismo semplice e sconcertante che la governa. La tematizzazione “esistenzialista” di molti titoli – indifferenza, ambizione, disubbidienza, conformismo, noia, disprezzo – risponde all’esigenza di indagare, per mezzo di una storia, un sentimento, una malattia morale, di trasformare le domande («Perché questo?») in personaggi. Se è vero che «è borghese chi possiede un segreto», Moravia sfida ossessivamente quel segreto, ovvero l’intimo, il nascosto, e fa tutto quello che può per disvelarlo, per portarlo alla luce.</p>
<p style="font-weight: 400;">I romanzi e i racconti degli ultimi anni, giudicati brutti soprattutto da chi non li ha letti, sono senza dubbio ripetitivi, ma – ischeletriti come favole, favole erotiche – inchiodano, con «un certo senso morale, didattico», una verità spesso sgradevole e tuttavia inoppugnabile. La contemplano, la scrutano: senza difese. Perché questo significa diventare adulti – crescere, esaminare gli stessi temi da angolature diverse, svegliarsi e sapere («Ormai mi ero svegliato e sapevo», dice il protagonista dell’ultimo romanzo, <em>Il viaggio a Roma</em>), accettare «la monotonia e la necessità di certi atti, un’ossessiva condanna a ripeterli». La realtà come è. Non c’è niente di confortante, Moravia si rifiuta di esserlo, intende perseguire l’idea di “scrittore estremo” che teorizza in un testo del 1946: non scamiciato, rivoluzionario, ma «inflessibilmente e totalmente sincero», che non accetta di farsi tirare la manica dal conformismo, che dice «la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità». Nel 1952 i libri di Moravia saranno messi all’indice dal Sant’Uffizio. E il salotto buono a cui, nei cliché, tanti lo riconducono era nei fatti costantemente provocato dalle storie che scriveva. Nelle «ampie case col parquet per terra, le terrazze aperte e soleggiate, gli ascensori scricchiolanti, i portoni blindati e le foto di famiglia nelle cornici d’argento», i libri di Moravia erano in ordine sugli scaffali. Apparentemente inoffensivi, in realtà implacabili nel fare i conti con la falsa coscienza, con le ipocrisie, o anche solo con i desideri segreti di una borghesia «paurosa, prudente, gretta», con il nostro essere «eredi irriducibilmente individualisti ed anarchici di un impero livellatore», con gli eterni falsi scandali di una società «piena di violenza, di trame tenebrose, di abusi del potere, di ricchezze mal guadagnate», dove «un’aria di nascosta normalità sostituisce l’atmosfera di pesante anormalità» in cui viviamo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Proprio su questo giornale, nel febbraio del 1968, diceva che la funzione dell’artista «è, in certo modo, di essere antisociale». Il non conforme, il non conformista. Diffidate di chi liquida in blocco la produzione dell’ultimo Moravia: c’è il nostro Houellebecq prima di Houellebecq. Celebrato, vezzeggiato e forse neutralizzato come il grande vecchio della letteratura, con i maglioni sgargianti, le cravatte, la vita mondana, Moravia si divertiva ancora – con quella prosa secca, brusca, antisentimentale, perfino inestetica, ma da romanziere puro come pochi altri in Italia – a raccontare storie girando intorno all’indicibile e all’inconfessabile. E a far scivolare giù le maschere della nostra eterna mascherata, a chiamare per nome le nostre fantasie, i traumi, i tabù, le ossessioni, gli inganni familiari, le nostre vite parallele, le voglie, le debolezze. Tutti i nostri desideri. La nostra fatica di crescere.</p>
<p style="font-weight: 400;">L&#8217;Espresso, 6 settembre 2020</p>
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		<title>La forma di una scarpa</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2015 11:53:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Argomenti]]></category>
		<category><![CDATA[In Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Maria Battaglia]]></category>
		<category><![CDATA[Laterza 2010]]></category>
		<category><![CDATA[lei si sente italiano?]]></category>
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		<description><![CDATA[Indovinate a quando risalgono le seguenti parole: «Siamo un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia». Sono ritagliate da un quotidiano del (<a title=" La forma di una scarpa" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2015/09/16/la-forma-di-una-scarpa/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Indovinate a quando risalgono le seguenti parole: «Siamo un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia». Sono ritagliate da un quotidiano del 2010 o da una rivista di cent’anni prima? Soluzione troppo complicata, se già nel 1912 Benedetto Croce attaccava, dalle colonne della «Voce», certi «moralisti da caffè o da farmacia», pronti ad «annunziare e dimostrare che l’Italia sta per disgregarsi politicamente o fallire economicamente o dissolversi nella corruttela».<br />
Il grande filosofo aveva ragione o torto? Di sicuro non poteva prevedere la persistenza di un <em>Leitmotiv</em> che si sarebbe ostinatamente riprodotto negli anni a venire, prendendo la forma ora di disputa sull’identità in frantumi, <span id="more-224"></span>ora di polemica parlamentare sul crollo geopolitico italiano, ora di dibattito sul crepuscolo letterario e artistico dei nipoti di Dante e Michelangelo. Settant’anni dopo le parole di Croce, dal suo ‘esilio’ svizzero Giuseppe Prezzolini – descrivendo un Paese che «fa compassione e disperazione» – concludeva, senza mezzi termini: «Chi sarà il becchino dell’Italia?».<br />
Sulle colonne del «Corriere della Sera» – ma questa è davvero cronaca recente: luglio 2010 – Ernesto Galli della Loggia si è chiesto: «Da quanto tempo un libro, un film, un’architettura, una rappresentazione, insomma una cosa nuova pensata o fatta in Italia, non fa parlare di sé il mondo?»<br />
La retorica di una nazione in perpetua dissolvenza ha radici fin troppo lontane. Eppure non invecchia mai. Senso di inferiorità? Insicurezza? Dato caratteriale? Spiegare perché gli italiani, da sempre – come ha scritto Leonardo Sciascia – «così ossessivamente si interrogano, si ritraggono, si autoritraggono nella consapevolezza che non è colpa dello specchio se i loro nasi sono storti», è praticamente impossibile. La mole di articoli, pamphlet, saggi accademici che alimentano il patriottismo alla rovescia, è tale da fare spavento.<br />
In un libro del 1995 scritto con Indro Montanelli, <em>Eppur si muove. Cambiano gli italiani?</em>, Beniamino Placido spese una decina di pagine per stilare un elenco di proclami anti-italiani. Il periodo d’indagine? Appena un anno. Intellettuali pronti a fare le valigie, allenatori sportivi che remano contro la nazionale di calcio, sociologi di pessimo umore. E ancora:</p>
<p>«Il Messaggero» di Roma intervista (15 febbraio 1995) alcuni dei nostri scrittori più giovani, e più promettenti: «Noi ragazzacci dello zoo Italia». Riassume il senso delle loro risposte così: «Questo Paese è malato. Non ci piace, ma ci ridiamo su».<br />
<span style="line-height: 1.5;">Ancora: il cantautore rock Freak Antoni conferma (a «l’Unità», 19 dicembre 1994) un suo motto: «Che cosa ti vuoi aspettare da un Paese che ha la forma di una scarpa?».</span></p>
<p>Siamo sempre, da sempre, nello stesso recinto. Una nazione divisa tra chi inneggia alla buona cucina, ai musei a cielo aperto, all’arte di arrangiarsi e chi invece si impegna a demolire gli stereotipi di un’Italia giudicata immatura e provinciale. Il vasto campionario di categorie e di maschere con cui da secoli si è provato – e si continua tuttora – a definire l’identità nazionale come «carattere» sembra un fermo immagine. Pronto a rianimarsi soltanto nei sondaggi.<br />
<span style="line-height: 1.5;">Dagli anni Novanta all’altroieri, l’ampia percentuale di cittadini italiani orgogliosi di esserlo non ha subìto vistose oscillazioni. Né la difficoltà a spiegare, subito dopo, il perché. Le risposte sono evasive e sempre abbastanza prevedibili. A volte perfino un po’ imbarazzate: sillabe spezzate di un discorso confuso, che procede quasi a singhiozzo. Tra i mille esempi possibili, l’amore per la bandiera: quello che, dati alla mano, resta il più difficile da confessare. Colpa – scrive Michele Serra – della retorica risorgimentale e del rancore per cattivi maestri che insegnarono il valore di alcuni simboli insieme a parole obsolete, finite nei mesti bauli dell’Italietta di mezzo secolo fa. Nel rapporto con il tricolore si addensa così lo scetticismo di almeno tre generazioni, allenate e rassegnate ad amare questo Paese dicendone tutto il male possibile. Mentre, per chi compie diciott’anni adesso, il singhiozzo sull’italianità rischia di diventare uno sbadiglio. Forse non per spirito cosmopolita o istanze separatiste, ma piuttosto per semplice, banalissimo disinteresse. Difficile sentirsi italiani se l’eredità è una lunga storia di malumore. E perché mai farsi ancora carico di una staffetta tutta al negativo?</span></p>
<p>C’è tuttavia chi non smette di essere sorpreso – l’ha notato Beppe Severgnini – «davanti a questa nazione brillante che appare cinica e stanca». Tanto più se le dichiarazioni d’amore continuano a esserci recapitate, nonostante tutto, da lontani e insospettabili mittenti. Intanto, perché non mancano mai i turisti sentimentali: donne e uomini che – per come li ha raccontati Eugenio Montale nel 1946 – senza il nostro Paese sarebbero stati diversi. Avrebbero pensato, sentito i valori dell’esistenza in un altro modo, non importa quale. C’è poi l’Italia – la ricorda Dacia Maraini – «di figli e nipoti di emigranti che nello sforzo di integrarsi in Paesi difficili hanno perso la familiarità con la nostra lingua, ma si scoprono, alla terza o quarta generazione, innamorati delle loro radici». Infine, come non tenere conto soprattutto di chi rincorre un’Italia sogno e salvezza, di chi si mette a rischio per raggiungerla? E magari trova ad aspettarlo una stanza bianca e blu d’ospedale, come nel reportage di Ezio Mauro che chiude quest’antologia.<br />
A volte però l’approdo può essere ben più felice. Igiaba Scego, nata in Italia da genitori somali, è riuscita a rispondere alla domanda «Scusi, lei si sente italiana?» con un elenco che diverte e commuove. E spiazza qualunque italiano nato da genitori italiani. E se ripartissimo da qui?</p>
<p>Mi sento italiana quando: 1) faccio una colazione dolce; 2) vado a visitare mostre, musei e monumenti; 3) parlo di sesso e depressioni con le amiche; 4) vedo i film di Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Totò, Anna Magnani, Giancarlo Giannini, Ugo Tognazzi, Roberto Benigni, Massimo Troisi; 5) mangio un gelato da 1,80 euro con stracciatella, pistacchio e cocco senza panna; 6) mi ricordo a memoria tutte le parole del <em>5 maggio </em>di Alessandro Manzoni; 7) sento per radio o tv la voce di Gianni Morandi; 8) mi commuovo quando guardo negli occhi l’uomo che amo, lo sento parlare nel suo allegro accento meridionale e so che non ci sarà un futuro per noi; 9) inveisco come una iena per i motivi più disparati contro primo ministro, sindaco, assessore, presidente di turno; 10) gesticolo; 11) piango per i partigiani, troppo spesso dimenticati; 12) canticchio <em>Un anno d’amore</em> di Mina sotto la doccia; 13) faccio altre 100 cose, e chi se le ricorda tutte!</p>
<p>Al riparo da qualunque retorica, parole come queste sono scritte in italiano e tuttavia appartengono a una lingua nuova. Su un piano prima emotivo che intellettuale, senza gerarchie, tutto si mescola e di tutto si ha cura: ogni cosa è illuminata, e ribattezzata. Le maschere non sono più solo maschere, gli stereotipi non più stereotipi. Una giornata nel Paese a forma di scarpa può essere fatta anche di questo.</p>
<p>Oppure, di un tram che attraversa il cuore di Milano, un pomeriggio d’inverno. Due che insieme fanno cinquant’anni discutono di come sia difficile, da italiani, <em>diventare</em> italiani. Qualche mese dopo, sul tavolo di un caffè a Trastevere, il vento primaverile rischia di far volare via parecchie carte. Contengono voci di scrittori e giornalisti che sembrano voler fare di tutto per diventare o ri-diventare italiani: a malincuore, con allegria, con rabbia, con indignazione, con stupore, con disincanto. Qualche volta, perfino con ottimismo. Sarebbe un peccato non trattenerle. La risposta che daranno a un incombente «scusate, vi sentite italiani?», magari verrà fuori da lì. O magari da un paio di scarpe, che possono andarci larghe o strette, dipende anche dai giorni, o dai piedi. Però sono nostre e – volendo – portano lontano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prefazione a <em><a href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788842094616" target="_blank">Scusi, lei si sente italiano?</a></em>, a cura di Filippo Maria Battaglia e Paolo Di Paolo, Laterza, 2010.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dimenticare Montanelli?</title>
		<link>https://www.paolodipaolo.it/2014/06/23/dimenticare-montanelli/</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Jun 2014 10:17:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[In Italia]]></category>
		<category><![CDATA[indro montanelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Tutte le speranze]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei sbagliarmi, ma temo che l’Italia non sappia più che farsene di Indro Montanelli. Quando lui stesso, negli ultimi anni, non faceva che ripetere «So di avere scritto sull’acqua», quando ricordava la frase del suo maestro Ugo Ojetti – «L’Italia è un paese di contemporanei senza antenati né posteri perché senza memoria» – credevo si trattasse di una posa scaramantica. In una delle ultime “Stanze” (la rubrica che ha tenuto quotidianamente sul Corriere della Sera, tra il ’95 e il 2001), spiegava a un lettore che è inutile preoccuparsi di cosa lasciare ai posteri, e lo faceva con la certezza di essere ricordato «dai miei lettori e, tutt’al più, dai figli dei miei lettori».</p>
<p><span id="more-201"></span> Non era falsa modestia. Era realismo. Per uno come lui, appassionato alla storia, il tema dell’oblio non poteva essere però indolore: come un palombaro, un becchino, uno sciamano, chi scrive di storia è impegnato in un perenne corpo a corpo con la dimenticanza, con la vita inabissata.<br />
Che traccia lasciamo? Quanto a lungo permane, prima che il tempo la cancelli?<br />
Nel 1944, mentre è rinchiuso in una prigione nazifascista, Montanelli chiede a un amico di mandargli qualche libro. Sceglie – e non a caso – grandi biografie di personaggi storici. <em>Magellano</em> ritratto da Stefan Zweig, per esempio. <em>Vita di Pietro il Grande</em>. Se uscirò vivo di qui, scrive all’amico, te li pago; se invece mi ammazzano, te li pagheranno i miei eredi. In novantadue anni, Montanelli deve aver sentito spesso il fiato della morte sul collo – con la divisa del XX Battaglione eritreo, partito volontario nel ’35; sui grandi fronti di guerra raccontati nei panni di inviato – la Spagna nel ’37, la Finlandia del ’39, l’Ungheria del ’56 – o quando un commando delle Brigate rosse gli spara alle gambe il 2 giugno 1977. Ma in un racconto scritto a trent’anni – quasi uno sfogo lirico – si percepisce un legame con l’idea della morte che somiglia a un’ossessione. Il titolo è <em>La morte</em>: evoca sé stesso bambino alle prese con violente crisi di malinconia e di panico; diventeranno le ricorrenti fasi depressive dell’età adulta. Prossimo ai novant’anni, si era impegnato in una battaglia per l’eutanasia, spaventato dall’idea di morire “male”: in realtà arrivò lucidissimo alla fine, scrisse il suo ultimo articolo due settimane prima di morire e quattro giorni prima dettò alla nipote un auto–necrologio. «Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza / Indro Montanelli (1909–2001) / prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli per la fedeltà e l’affetto con cui lo hanno seguito». Aggiunse che non erano gradite cerimonie religiose né commemorazioni civili: la sua insofferenza alla retorica era assoluta. Ma non gli fu risparmiata: alle solite, dimenticabili dichiarazioni dei politici e dei notabili raccolte dalle agenzie di stampa, si sommò un profluvio di ritratti commossi, anche da parte dei giornali – compreso quello da lui fondato – che nel tempo gli erano diventati ostili. A più di dieci anni dalla morte, dov’è finita quella commossa esaltazione? Si può dire che Montanelli sia dimenticato? No, questo no. In migliaia di case italiane, anche nelle librerie più scarne, restano – forse a prendere polvere – i volumi della sua popolarissima <em>Storia d’Italia</em>. Una delle operazioni divulgative più straordinarie compiute nel secondo Novecento italiano: gli storici di professione inorridivano di fronte alle semplificazioni, ai tratti romanzeschi o ironici del racconto, senza capire che per avvicinare Giulio Cesare e Machiavelli al pubblico meno attrezzato bisognava pur rinunciare a qualcosa. Mio nonno, fermo alla quinta elementare, la leggeva con gusto. Ma gli storici di professione non consideravano mio nonno un loro interlocutore, Montanelli sì. Ogni tanto mi accade di vedere anche qualche trenta–quarantenne che legge in metropolitana le gesta degli antichi romani nella versione di Montanelli. Una mia giovane insegnante di spagnolo, a Salamanca, mi disse – saputo che ero italiano – di avere molto amato la <em>Historia de los Griegos</em> di Indro Montanelli: un regalo di suo padre negli anni dell’adolescenza. Ma la fama, la Gloria – direbbe Montanelli – «ci corbella», non è detto che duri, anzi, per la maggioranza degli esseri umani dura assai poco, bisogna rassegnarsi. Quando Borges stava per morire e ragionava di continuo sull’Oblio, gli amici più giovani correvano a rassicurarlo: maestro, resteranno i suoi libri! Lui sorrideva. Loro non capivano. Borges pensava a un oblio più vasto e assoluto, a un «dopo» molto più lontano, quando non resterà traccia di niente e nessuno. Così Montanelli, attraversando le sue crisi depressive, arrivava a vedere quel buio e quel niente: ne restava atterrito. Le profondità della sua mente erano assediate da ombre che sarebbe stato difficile sospettare per chi, da fuori, vedeva solo un uomo di successo, sicuro di sé, spiccio e burbero come molti toscani. Ho avuto la fortuna di curare il suo epistolario e ho visto, dietro Montanelli, Indro: fragile, spaventato, insicuro a quaranta come a vent’anni, quando confessava al suo vecchio professore di liceo «i fischi mi fanno paura». Ho scoperto un autentico, grande malinconico: raramente compiaciuto di sé e del suo successo, più pensoso e inquieto di molti suoi articoli, risolti con la nota ironia, con un’attitudine a semplificare talvolta grossolanamente. D’altra parte, quella di Montanelli è la storia di un letterato mancato: avrebbe volentieri fatto strada come scrittore puro; nei primi anni Trenta ne parla a un amico quasi angosciato, insoddisfatto: provo ancora una volta, poi basta. La campagna d’Etiopia gli fornisce una materia narrativa consistente, le memorie che ne nascono piacciono a Ojetti; lui continua, guarda al paesaggio toscano delle sue origini, scrive un romanzo – <em>Giorno di festa</em> – che sa di bozzettismo da antologia scolastica e di salotto alto–borghese. La confraternita letteraria lo ignora (lui disse a posteriori che non sarebbe stato disposto a pagarne i pedaggi), Indro si dà al giornalismo, insiste con il Corriere della Sera – è il suo grande sogno – ma dovrà aspettare il 1938, dopo aver scritto sulla guerra di Spagna per Il Messaggero irritando l’establishment fascista. Quando il direttore Aldo Borelli gli apre le porte del quotidiano di via Solferino, Montanelli ci mette poco a diventare la firma più brillante. Basta che gli siano tolti i legacci dell’elzevirismo di maniera, e che lo si mandi a raccontare un fronte caldo. Oppure – come accadrà negli anni Cinquanta – che lo si inviti a ritrarre i protagonisti del suo tempo: non nella forma di una canonica intervista, ma nella forma di un racconto, un autentico racconto con capo e coda in cui si mescolano il vero e il verosimile, il miele e il fiele. Si tratta degli “Incontri”, che offrono le sue pagine più belle. A Montanelli basta un dettaglio: una gallina che entra nel salotto di Ardengo Soffici, i calzini verdi di Luigi Einaudi, le orbite fonde di Anna Magnani, l’affettazione di André Gide, l’aria da curato di campagna di Giovanni XXIII, dietro cui è nascosta la tempra di un papa cinquecentesco. Lo scrittore si mette al servizio del giornalista, o viceversa, ma senza mai eccedere, sempre ricordando l’ufficio di un pezzo di giornale. Senza mai, cioè, “fare letteratura”. Così la sua firma si stacca da quelle dei colleghi. Un direttore del “Corriere”, Missiroli, si lascerà sfuggire questa considerazione: prima c’è Montanelli, poi tiri una riga, e sotto, ma molto sotto, vengono tutti gli altri. La sua popolarità, molto prima dei tempi televisivi, è stata ineguagliabile: Gassman gli faceva il verso a teatro, i lettori borghesi non si perdevano un suo articolo, quelli più a sinistra lo guardavano con sospetto e con diffidenza anche quando assumeva posizioni pesantemente anticlericali o intraprendeva, come nel ’70, battaglie ambientalista in difesa di Venezia («Sono sempre, sia chiaro, un anticomunista viscerale. Su tutto, meno che su Venezia»). Restava pur sempre l’autore di quelle indigeste – per chi era comunista – corrispondenze da Budapest, mentre i carri armati sovietici spezzavano nel sangue la rivolta del ’56. Molti anni dopo, con la consueta onestà intellettuale, Miriam Mafai riconobbe di non averle lette per pigrizia e per pregiudizio.<br />
Ma perché Montanelli diventi l’orco e il nemico bisognerà aspettare gli anni Settanta, quando – insofferente verso un Corriere ai suoi occhi troppo sbilanciato a sinistra – decide di uscirne e di fondare Il Giornale. Era il giugno 1974, sono passati quarant’anni esatti. L’Italia era molto diversa: poteva capitare, a un ragazzino che avesse portato a scuola il quotidiano fondato da Montanelli, di essere rimproverato dalla maestra: «In quest’aula un quotidiano fascista non entra». Quando, nel ’77, due brigatisti rossi gli sparano alle gambe, nel volantino di rivendicazione dell’attentato il giornalista è definito così: anticomunista, reazionario, controrivoluzionario, fascista mascherato, finanziato dalle multinazionali. Per scrollarsi di dosso certi aggettivi c’è voluto parecchio tempo: ancora alla fine degli anni Novanta nel liceo che frequentavo c’era chi considerava Montanelli un fascista. Ma erano termini presi in prestito da padri e madri che avevano fatto il ’68 e non riuscivano a staccarsi dalla loro giovinezza. Non capivano che la tenacia un po’ ottusa con cui la difendevano non era tanto diversa da quella che rimproveravano a Montanelli quando rievocava, con una punta di nostalgia, i suoi trascorsi nell’Africa coloniale. Così, nonostante avesse guadagnato, nella stagione anti–berlusconiana, applausi dai suoi antichi detrattori (a una Festa dell’Unità nell’estate ’94 fu accolto da un’ovazione), Montanelli non è mai stato del tutto sdoganato. I suoi lettori sono invecchiati, non hanno più molte forze, e nel caos della Rete trovi ragazzetti che, senza sapere niente, gli fanno le pulci. Ha sposato una quattordicenne in Africa! A vent’anni elogiava il Duce! Ha preso i soldi da Berlusconi per anni! Esistono imbecilli superficiali e imbecilli profondi, taglierebbe corto Montanelli. Ma io continuo a restare stupito di fronte a certi pregiudizi fuori tempo massimo, all’atteggiamento censorio e moralista che si applica a corrente alternata. Resto spiazzato se, dopo avere scritto un libro su Montanelli (<em>Tutte le speranze</em>, Rizzoli) c’è chi mi scrive: come sei caduto in basso! O se un critico letterario che non farebbe mezza obiezione a Céline, in un incontro pubblico comincia a inveire contro Montanelli: era reazionario, volgare, misogino! L’ho sempre odiato! Che cosa posso rispondere? Non c’è solo una posizione ideologica stupida e anacronistica dietro certi giudizi, ma anche – ed è peggio – la convinzione di essere migliori e di essere tenuti perciò a emettere sentenze. Ricordo un articolo su “Repubblica” di uno storico importante come Carlo Ginzburg: all’improvviso, dal niente, parlava con disprezzo di Montanelli e del suo «livello morale». Mi spaventano, come spaventavano Montanelli, queste certezze granitiche, questo senso di superiorità, questi tribunali improvvisati.<br />
Da adolescente, gli scrivevo lettere, le pubblicava spesso nella sua “Stanza”. Una volta gli chiesi di chiarirmi le idee sui “giudizi contrastanti” relativi a un certo personaggio. Rispose così: «Credi forse che gli uomini, e specialmente quelli di forte personalità, siano riassumibili in un giudizio solo? Se così fosse, ti sfiderei a formulare quello su Giulio Cesare. Cosa fu Cesare: il più grande generale e statista, o la più grande canaglia di tutti i tempi? Fu, credi a me, entrambe le cose. Gli uomini, te ne accorgerai, sono, anzi, siamo sempre un coacervo di contraddizioni». Più che giudicare, gli stava a cuore comprendere. Si metteva di fronte alla complessità di un’esistenza e di un carattere con più curiosità, o pietà, che ansia di tirare conclusioni. Nell’Italia di oggi è soprattutto la generazione di mezzo – quella dei cinquanta–sessantenni – a essere ossessionata dal vantare una propria “buona coscienza”, impegnata nel distribuire etichette e categorie morali. Giudica, giudica inesorabilmente, la generazione che non voleva essere giudicata. Ma Montanelli, nel ’79, aveva già messo a fuoco il destino di «questi ragazzi–prodigio abortiti, di questi barricadieri con pancia e cellulite, che credevano di camminare con la storia, e invece camminavano solo con la moda». Non riesco, a differenza loro, a scandalizzarmi del fatto che Montanelli sia stato fascista. Che posso farci? Né intendo difenderlo: mi limito a constatare. Come devo limitarmi a constatare che di Montanelli – al netto delle sue scelte e opinioni politiche – molto resta inservibile nell’Italia del 2014. La sua chiarezza: è un vanto, piuttosto, essere difficili, confusi, incompresi. Piace essere allusivi. Ma Montanelli ricordava ai suoi giornalisti: «Quando si parla al rag. Brambilla bisogna rinunciare a quelle strizzatine d’occhio e allusioni che tanto contribuiscono alla sveltezza e brillantezza della pagina. Ma è una rinuncia che tutti – a cominciare dal sottoscritto – dobbiamo accettare perché il nostro interlocutore è proprio lui, e solo lui, il rag. Brambilla con le sue pedestri esigenze». Che altro? L’insofferenza per l’anima «parassitaria e servile» della cultura italiana, nata nel Palazzo e alla mensa del principe di turno, laico o ecclesiastico che fosse. L’insofferenza verso gli oligopoli, le camarille, le cricche, le congreghe, i clan. Le mafie anche oltre la mafia. Le caste anche oltre la casta. Nel cosiddetto mondo della cultura, che sembra sempre al riparo dal peggio e non lo è, abbondano. Detestava anche la furbizia e gli eccessi di teatralità, i toni melodrammatici, il trasformismo, la cialtroneria. Reazionario? Spesso solo un po’ più serio di tanti altri. E ancora: l’autoironia. La vocazione a essere, come diceva, «la stecca nel coro»: appena il coro intona le prime note. La sua solitudine. Soprattutto questo, direi: la sua maestosa solitudine. L’«anarchico da salotto», l’uomo «ambiguo moralmente», il «misogino», il «divulgatore di basso profilo» – per citare alcuni degli epiteti che all’uscita del mio libro diversi lettori hanno rivolto a Montanelli – ha avuto molte contraddizioni, molti difetti, come tutti, ma una sola grande colpa. Non voler diventare un guru. Per nessuno. È riuscito a deludere chiunque si aspettasse questo da lui. E in Italia, oggi, chi non diventa un guru è difficile che si salvi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Dimenticare Montanelli</em>, Paolo Di Paolo, <em>Il Foglio</em>.</p>
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