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	<title>Paolo Di Paolo &#187; Viaggi</title>
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		<title>Tanta vita, uno spazio su Vanity Fair</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2021 21:52:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[I miei articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Una nuova avventura, una rubrica settimanale che firmerò su Vanity Fair. L’ho chiamata “Tanta vita”. Racconterò piccole storie lontane (o magari vicinissime), storie che ci sfuggono e invece dicono di noi, (<a title=" Tanta vita, uno spazio su Vanity Fair" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2021/02/14/tanta-vita-vanity-fair/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p dir="auto"><em>Una nuova avventura, una rubrica settimanale che firmerò su </em><em>Vanity Fair. L’ho chiamata “Tanta vita”. Racconterò piccole storie lontane (o magari vicinissime), storie che ci sfuggono e invece dicono di noi, di una temperatura emotiva che è anche nostra. Storie di esseri umani, gente di questo pianeta.</em></p>
<p><strong>Concordia, Argentina</strong></p>
<p>Se sei la voce storica del carnevale, un po’ di malinconia è il minimo. Lisandro A. non nasconde di essere disorientato: per la prima volta in vent’anni non condurrà – «con il suo timbro inconfondibile» – l’evento più importante dell’estate a Concordia, nella provincia di Entre Ríos, Argentina. Dice che non ricorda più cosa significa vivere un’estate senza carnevale: forse, nella sua vita, non c’è mai stata.</p>
<p>14 Febbraio 2021</p>
<p><a href="https://www.vanityfair.it/vanity-stars/paolo-di-paolo/2021/02/14/concordia-argentina">Vai qui per continuare a leggere</a></p>
<p><strong>Derry, Irlanda del Nord</strong></p>
<p>L’azienda ha sede a Londra, è specializzata in palloncini di alluminio a forma di lettere dell’alfabeto e spedisce in tutto il mondo. «Hai qualcosa da dire ma non sai bene come? Spiegalo con i palloncini!» è il loro slogan. Shannon H., una ragazza di venticinque anni che vive a Derry, Irlanda del Nord, ha fatto il suo ordine, ma le è arrivato un messaggio con scritto: «Riscontrato un problema imprevisto nel completamento».</p>
<div id="outstream-1" class="inRead" data-google-query-id="CI3BqL6F_O4CFUvnuwgdYIADRQ"> 20 Febbraio 2021</div>
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<div class="inRead" data-google-query-id="CI3BqL6F_O4CFUvnuwgdYIADRQ"><a href="https://www.vanityfair.it/vanity-stars/paolo-di-paolo/2021/02/20/derry-irlanda-del-nord">Vai qui per continuare a leggere</a></div>
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<div class="inRead" data-google-query-id="CI3BqL6F_O4CFUvnuwgdYIADRQ"><strong>Philadelphia</strong></div>
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<div class="inRead" data-google-query-id="CI3BqL6F_O4CFUvnuwgdYIADRQ">
<p>Lynette M. dice che quando ti trovi in serie difficoltà economiche, come è accaduto a lei, e sei una donna, e qualcuno ti tende la mano per aiutarti, di solito ti chiede se hai bisogno di cibo. Difficilmente ti chiederà se ti servono degli assorbenti. È un argomento di cui non si parla. Una volta ha saputo di una ragazza che, non avendo denaro per comprarli, usava i calzini. Insieme a sua figlia Nya, Lynette ha messo in piedi a Philadelphia un piccolo centro di raccolta di prodotti sanitari e igienici per le donne.</p>
<p>1° Marzo 2021</p>
<p><a href="https://www.vanityfair.it/vanity-stars/paolo-di-paolo/2021/03/01/philadelphia">Vai qui per continuare a leggere</a></p>
<p><strong>Wuhan</strong></p>
<p>Per le strade, come sempre, lanterne rosse, vetrine decorate, banchi che vendono spiedini di caramelle. Il Capodanno cinese a Wuhan è stato un esercizio di dimenticanza collettiva. Nessuno ha più voglia di parlare del virus: appena si affaccia nei discorsi, si cambia argomento. «È come se avessimo preso un anestetico», dice una donna, Mary Xu, a una cronista del Los Angeles Times. Fa la terapeuta; e spiega che dietro i silenzi, i modi evasivi, c’è ancora il dolore.</p>
<p>5 Marzo 2021</p>
<p><a href="https://www.vanityfair.it/vanity-stars/paolo-di-paolo/2021/03/05/wuhan">Vai qui per continuare a leggere</a></p>
<p><strong>Georgetown, Ontario, Canada</strong></p>
<p>Fanno anche quello che tutti vorremmo saper fare, ma che ci riesce solo in sogno: volano». Bisogna fidarsi di un grande cultore delle creature del cielo come Jonathan Franzen, romanziere e birdwatcher. Gli uccelli – dice – si trovano in ogni angolo di mondo, anche nei luoghi più inospitali; le circa diecimila specie si sono evolute «in una spettacolare varietà di forme». Alti due metri o piccoli come un’ape, «sono i rappresentanti più visibili e diffusi della vita sulla Terra prima che arrivassero le persone».</p>
<p>16 Marzo 2021</p>
<p><a href="https://www.vanityfair.it/vanity-stars/paolo-di-paolo/2021/03/16/georgetown-ontario-canada">Vai qui per continuare a leggere</a></p>
<p><strong>Madrid</strong></p>
<p>Ha appena pubblicato, in Spagna, il suo nuovo romanzo. Al collega che lo interroga dice che parlare di sé lo annoia e che, avendo rilasciato centinaia di interviste, forse questa sarà l’ultima. Dice che ha scritto questo romanzo nei mesi del confinamento più duro, e che scriverlo è stato una sorta di rifugio. Poi dice che la vita è fatta in gran parte da ciò che ci è nascosto e che noi stessi nascondiamo.</p>
<div id="outstream-1" class="inRead" data-google-query-id="CLmR7tGJt-8CFZ7huwgdiJMMYw">21 Marzo 2021</div>
</div>
<div class="inRead" data-google-query-id="CLmR7tGJt-8CFZ7huwgdiJMMYw"></div>
<div class="inRead" data-google-query-id="CLmR7tGJt-8CFZ7huwgdiJMMYw"><a href="https://www.vanityfair.it/vanity-stars/paolo-di-paolo/2021/03/21/madrid">Vai qui per continuare a leggere</a></div>
<div class="inRead" data-google-query-id="CLmR7tGJt-8CFZ7huwgdiJMMYw"></div>
<div class="inRead" data-google-query-id="CLmR7tGJt-8CFZ7huwgdiJMMYw"><strong>Salt Lake City, Utah</strong></div>
<div class="inRead" data-google-query-id="CLmR7tGJt-8CFZ7huwgdiJMMYw"></div>
<div class="inRead" data-google-query-id="CLmR7tGJt-8CFZ7huwgdiJMMYw">
<p>«Sui giornali leggiamo espressioni come “scioglimento dei ghiacciai”, “temperature record”, “acidificazione degli oceani”, “aumento delle emissioni” e crediamo di capirle», scrive Andri Snær Magnason, islandese, in un bellissimo libro intitolato <em>Il tempo e l’acqua</em> (Iperborea). Se le capissimo davvero, dovremmo compiere subito scelte radicali. Natalie e Melanie, studentesse all’ottavo anno della Salt Lake Performing Arts, ne sono convinte.</p>
<p>29 Marzo 2021</p>
<p><a href="https://www.vanityfair.it/vanity-stars/paolo-di-paolo/2021/03/29/salt-lake-city-utah">Vai qui per continuare a leggere</a></p>
<div id="outstream-1" class="inRead" data-google-query-id="CLGXso7S1e8CFUPBuwgdsxwDSQ"><strong>Milano</strong></div>
</div>
<div class="inRead" data-google-query-id="CLGXso7S1e8CFUPBuwgdsxwDSQ"></div>
<div class="inRead" data-google-query-id="CLGXso7S1e8CFUPBuwgdsxwDSQ">
<p>Passeggiando per Milano, Marina M. trova due album di fotografie accanto a un bidone della carta. Li raccoglie, li sfoglia. Dentro, c’è «una storia di antica felicità: una bella sposa con un delizioso abito bianco», il papà commosso all’altare, lo sposo trepidante, un’amica che ride. Marina porta l’album a casa con sé, pubblica una delle foto su Facebook. Si fa viva con lei la moglie del testimone dello sposo.</p>
<p>4 Aprile 2021</p>
<p><a href="https://www.vanityfair.it/vanity-stars/paolo-di-paolo/2021/04/04/milano">Vai qui per continuare a leggere</a></p>
<div id="outstream-1" class="inRead" data-google-query-id="CNyJk9WU7u8CFVHzdwod8dUKoA"></div>
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		<title>Esperimento Marsiglia, le prime pagine</title>
		<link>https://www.paolodipaolo.it/2020/11/04/esperimentomarsiglia/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2020 11:02:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Argomenti]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Allora, tieni presente che le chiavi le trovi nel panificio dell’egiziano. Tanto perché tu non faccia pasticci. Entra, lo vedi subito, sta all’angolo, cioè fa angolo con due strade, come (<a title=" Esperimento Marsiglia, le prime pagine" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2020/11/04/esperimentomarsiglia/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><em>Allora, tieni presente che le chiavi le trovi nel panificio dell’egiziano. Tanto perché tu non faccia pasticci. Entra, lo vedi subito, sta all’angolo, cioè fa angolo con due strade, come si dice? un incrocio, insomma tu entra e chiedi di me. Cioè, di’ che sei lì per conto mio, e se tutto va come deve, l’egiziano – alzando gli occhi al cielo, o guardandoti comunque senza alcuna simpatia – ti lascerà le chiavi. A quel punto, guardando il panificio, vai a destra e scendi per quella strada, che si chiama rue des Petites Maries, considera che il portone è un po’ duro, non ti scoraggiare, insisti, sei un uomo no? Entri, ti trovi sulla destra subito la cucina, sopra c’è la camera, la scala è un po’ stretta e ripida, c’è sempre qualcuno che si lamenta, ma ritengo che sia un po’ sciocco lamentarsi per così poco. Cioè, voglio dire, per undici gradini stretti, o dodici che siano, c’è di peggio. La camera accanto alla tua è occupata, ma è una coppia tranquilla, gente che tutt’al più fa l’amore di pomeriggio, ho la sensazione che abbiano una loro precisa routine: che escono al mattino, fanno colazione fuori – d’altra parte gli ho indicato una meravigliosa boulangerie, benché anche l’egiziano, devo dire, fa ottimi dolci –, se la spassano per la città – pare siano appassionati d’arte contemporanea, pranzano da qualche parte e poi rientrano come fanno certe coppie più mature per riposare un po’, ma loro non riposano, a quanto deduco, hanno un appuntamento fisso con i loro corpi, il che potrebbe essere segno di buona salute e di giovinezza, o forse del fatto che stanno provando ad avere un bambino, ma mi rendo conto che questi sono affari loro. Lo dicevo perché hanno la stanza già da una settimana, ne hanno ancora un’altra e c’è chi si è lamentato, cosa che ho trovato francamente eccessiva. A dire il vero, non è stata una lamentela, più che una lamentela, una considerazione, del tipo: poi quei due ragazzi della stanza accanto ci danno dentro eh. Che è una frase in cui non capisci se c’è più tenerezza per i loro sensi surriscaldati o più invidia. Non importa. Lo dicevo per completezza di informazioni. Poi, suppongo che tu non sia né intenerito né invidioso, e che abbia altro da fare, o che trovi i gemiti di due giovani che fanno l’amore gradevoli – come un cinguettio che arriva da un albero o, che ne so, il vento della sera nelle città portuali come questa: arriva come da una porta che qualcuno ha spalancato all’improvviso, e cambia il colore delle cose, lo rende più tenue e vagamente più malinconico. A proposito di meteorologia, che è una delle mie passioni principali, principale dopo il cibo – ma si tratta proprio di tirare una riga: il cibo, e sotto, ma molto sotto, tutto il resto, ecco, dicevo, a proposito di meteorologia, qui il vento va considerato con una certa attenzione, per esempio se intendi fare una di quelle escursioni vagamente atletiche che si fanno alle Calanques, se c’è troppo vento non se ne parla; e a meno che tu non sia interessato al surf, è l’unica ragione per cui tu debba interessarti alla questione. Ma mi stavo concentrando sulla meteorologia, al di là dei miei specifici interessi, in virtù del fatto che non sei stato salutato da una bella giornata, cosa – la giornata nuvolosa – che a Marsiglia di per sé è un’eccezione, e comunque non un’eccezione che mi piace occorra davanti a un nuovo arrivato. Quando il rischio di fidarsi della prima impressione può portare seriamente fuori strada. Non registro con fierezza questa imprecisione del cielo nel giorno del tuo arrivo, questa lente sporca dietro cui hai guardato Marsiglia, arrivando al porto, come ingiallita o ingrigita, perché si è trattato di una colorazione simile a quella che assumono le pagine di certi libri in un punto preciso a eguale distanza fra l’essere nuovi, cosa che non sono più, e l’essere davvero vecchi, cosa che non sono ancora. Hai presente? Ecco. Marsiglia ti si è mostrata con quel colore lì, che pure in qualche modo è suo, di chi mai invecchia e pure non è più giovane, ma doveva restare nascosto, intuibile ma non esplicito. Il colore più netto, squillante è stato quello di un ragazzino nero che giocava a calcio con una t-shirt giallo fosforescente, proprio a un passo da due vecchietti – uno con la camicia a quadri infilata nei pantaloni, l’altro con la maglietta a righe fuori dai pantaloni – che stavano animatamente discutendo di giocatori che magari saranno sostituiti, o per meglio dire caparbiamente marcati stretti, fra nemmeno dieci anni, dal ragazzino nero che giocava a calcio con la sua maglia fosforescente. Non farti ingannare dall’aria dimessa di quei vecchietti, non farti ingannare da niente: perché se c’è una cosa che Marsiglia sa fare bene è proprio questa – ingannare. Come ti inganna l’aria da galeone maestoso di uno stupido yacht ormeggiato. O come ti inganna lo struggimento a cui non sai dare un nome alle 19.51 di un giovedì di agosto. Ma bisogna darglielo, poi? chi ne ha bisogno? E come ti ha ingannato, per arrivare al punto, la fame, a ondate, da stamattina: da quando sei entrato nel panificio dell’egiziano per recuperare le chiavi, ma il suo sguardo per niente simpatico ti ha inibito; e poi ancora, quando sei entrato in casa, vedendo un barattolo di marmellata sul tavolo, e più tardi, lasciandoti ispirare solo dal solo nome bouillabaisse, che suona così squinternato, labiale e fricativo, una specie di tamburo della gastronomia locale, di cui è meglio diffidare finché non sia il momento giusto. Hai placato il placabile con un croissant troppo unto e dopo mezzogiorno con una baguette farcita di burro e pasta d’acciughe, invitante ma grosso modo prevedibile, ti ha fatto salire una sete pomeridiana persistente, e nemmeno il caffè ha cancellato il crepitio del sale sotto la tua lingua. Sei in tempo per azzerare tutto a cena, l’indirizzo è chiaro, rue des Trois Rois, puoi arrivarci con calma, questa non è Francia, o non pienamente, questo è sud, prenditela comoda, e goditi il chiacchiericcio fitto delle sere estive, questa specie di frenesia da fermi, questo luccichio di denti giovani dietro i calici col vino ancora ghiacciato, le cartine per tabacco trinciato hanno la stessa consistenza delle lanterne cinesi, in questo tempo che pare sospeso e che fai bene a sospendere, perché è utile sprofondarci dentro, sederti a un angolo dello spiazzo che si apre appena dietro la strada che a breve imbocchi – e non sapere più quanti anni hai. Nemmeno ti tocca l’aria stranita dei fidanzati che cercano un posto economico dove fermarsi – lui più sciolto, lei nervosa per le sorti del budget residuo, finiranno per non parlarsi a tavola, o per litigare più tardi, prendendo il via da quelle frasi che iniziano male, con se mi avessi dato retta. E non ti tocca il cipiglio un po’ stronzo dei viaggiatori adulti, la spocchia di chi teme di non essere servito bene ancora prima di aver ficcato le zampe sotto un tavolo.</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>E insomma, sei tu, sei pronto a battezzare te stesso e la città come se tutto fosse nato oggi, e a goderti – in quel cicaleccio masticatorio che sarà fra poco rue des Trois Rois – lo spettacolo di ciò che gli umani fanno con più disinvoltura. Mangiare. Soprattutto se davvero affamati, si dispongono all’impresa con una freschezza, una vitalità, un’assenza di pregiudiziali che sorprende, tanto più se si considera che anche un ventenne, arrivato a quell’altezza della sua biografia, ha già consumato qualcosa come, a occhio, ventiduemila pasti, eccettuando quelli frazionati e ossessivi della primissima infanzia. Un vero miracolo, non trovi? E se è vero, come credo sia vero, che viaggiare mette fame, meglio così, fai conto che stai assaggiando la città, fai conto che stai assaggiando Marsiglia, in senso metaforico, se così si dice, e letterale allo stesso tempo – coincidenza fra astratto e concreto che di rado, o forse mai, capita in altre occasioni. Attendi ancora qualche istante, indugia. Poi ti dico da dove cominciare. </em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Le chiavi di una città</em><em> </em></p>
<p style="font-weight: 400;">Le cose essenziali, in un arrivo, quali sono? Sfogliare una guida? Ruvida e <em>non sempre</em> bella – dice, di Marsiglia, questa guida. Non è certo Cannes o Saint-Tropez. Dice che vanta millecinquecento anni di storia. Dice che a lungo ha avuto una pessima reputazione: criminalità, degrado. Dice che spesso è stata denigrata ingiustamente. Dice che il cuore antico della città è il quartiere Le Panier. Dice che nel vecchio porto le navi gettano l’ancora da oltre ventisei secoli. Guardo la mappa, non riesco mai facilmente a capire, a orientarmi. Credo sia proprio qualcosa che mi manca, come una vite nei marchingegni della testa, un rocchetto senza il suo filo. Così guardo Marsiglia sporta sul mare e mi faccio le canoniche domande: sui punti cardinali della geografia e della conoscenza in genere. Quand’è che uno può dire di conoscere qualcosa? Quand’è che uno può dire di conoscere davvero una città? Non basta esserci nati, non basta nemmeno viverci. Forse una città non la conosciamo mai, mai per intero – c’è sempre troppa vita altrove, materia umana o comunque viva che ci sfugge. Posso dire di conoscere il vicolo, la finestra su cui la pioggia ha lasciato i suoi ghirigori di calcare, posso dire di conoscere non il mistral in assoluto ma il modo preciso in cui si incanala sotto il portone dell’appartamento di cui sono ospite e fa volare le cartacce come schegge leggere e un po’ mette in agitazione. Una città è soprattutto il resto delle cose escluso me, gli infiniti punti in cui non sono. Lo sbuffo di un autobus, il rumore di una trivella, il rumore della risacca costante, disperso, il tuffo di qualcuno, un’attesa, i ragazzini che mangiano gaufre al cioccolato con una splendida voracità, i vecchi che si trascinano, e una sottovita che resta notturna anche di giorno, uomini e topi, nei tombini, nei cessi delle stazioni, in qualunque luogo che coincida con un segreto, <em>secretum</em>, appunto, appartato, separato, staccato da. Avere un’idea completa di una città è come avere un’idea completa del mondo, è presunzione e illusione. E tuttavia, c’è un momento – non è facile isolarlo – in cui di una città dici <em>mia</em>, la mia città, e lì dev’essersi depositata una opportuna, sufficiente somma di ricordi sulle strade, sulle piazze, sulle rotonde, i balconi, i parchi, perché quel possessivo indichi un’appartenenza.</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.edt.it/libri/esperimento-marsiglia">Esperimento Marsiglia, EDT 2019</a></p>
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		<title>Il romanzo globale della quarantena</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Oct 2020 22:49:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ady, otto anni, di San Francisco, dopo avere letto il Diario di Anne Frank, decide che vuole scrivere anche lei. L’esperienza che sta vivendo è molto diversa, ma quando scopre (<a title=" Il romanzo globale della quarantena" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2020/10/30/romanzoglobalequarantena/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ady, otto anni, di San Francisco, dopo avere letto il Diario di Anne Frank, decide che vuole scrivere anche lei. L’esperienza che sta vivendo è molto diversa, ma quando scopre che le lezioni di clarinetto dovrà farle online, si spaventa. «Cara Ela – scrive alla sua amica immaginaria – la contea di Santa Cruz è in quarantena. Ho davvero paura! Lo sapevi che le cose si stanno mettendo molto male?». La pagina del diario di Ady è davanti ai miei occhi, è già pubblica. È un pezzo di questo romanzo.</p>
<p>Rachel, di Londra, racconta che la sua sarebbe stata una primavera difficile «anche senza coronavirus». L’anziana madre operata all’anca, il padre che smarrisce uno dei cani durante una passeggiata. Poi arrivano la quarantena e la distanza obbligata. Incontrandosi su Zoom, la sera, si finisce per piangere dall’inizio alla fine. [&#8230;]</p>
<p>Scrive Ady e scrive Rachel, scrive William e scrive l’avvocato italiano ottantenne ricoverato in una casa di riposo: «Sai Michelina, la barba me la tagliavano solo quando sapevano che stavate arrivando…». È l’autobiografia della specie umana alla prova del ventunesimo secolo: un volume invisibile fatto di miliardi di pagine, un gigantesco romanzo corale. Forse nessun evento storico, dalla peste del Trecento alle ultime guerre mondiali, può vantare una simile quantità di testimonianze. Degli oltre quattro miliardi di umani che hanno vissuto, quasi in contemporanea, la stessa esperienza, una larga parte non si è limitata a parlare di ciò che stava accadendo. L’ha scritto. Ha potuto scriverlo. Lo sta scrivendo. Siamo allo stesso tempo i lettori, gli autori e i personaggi. [&#8230;]</p>
<p>Repubblica, 30 maggio 2020</p>
<p><a href="https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/05/29/news/i_diari_della_quarantena_quel_racconto_corale_che_ha_unito_il_mondo-257966278/?fbclid=IwAR35kxJI1IqK020FdyLwxH7xOOAoDgOCc37kecukMHil4NiVVLvYRcDZQkc">Per leggere l&#8217;articolo completo vai qui</a></p>
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		<title>Contatti magici</title>
		<link>https://www.paolodipaolo.it/2015/09/16/contatti-magici/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2015 10:47:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Argomenti]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
		<category><![CDATA[Laterza 2007]]></category>
		<category><![CDATA[Ogni viaggio è un romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[P. Di Paolo]]></category>

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		<description><![CDATA[Amava stanare gli scrittori, il giovane Frederic Prokosch, scrittore a sua volta. Li cercava come si cercano i libri e i dolci. O i padri. «Potrei parlare con la signora (<a title=" Contatti magici" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2015/09/16/contatti-magici/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Amava stanare gli scrittori, il giovane Frederic Prokosch, scrittore a sua volta. Li cercava come si cercano i libri e i dolci. O i padri.<br />
«Potrei parlare con la signora Woolf?»<br />
«Temo che la signora Woolf sia occupata».<br />
Ha poco più che vent’anni, l’americano Prokosch, un fascio di fogli sotto il braccio e molta emozione addosso, quando si affaccia sulla soglia della londinese «Hogarth Press» per incontrare la grande scrittrice. «Era seduta dietro una cascata di bozze e teneva una matita dritta sullo scrittoio». Si guardano. Frederic comincia a parlare delle sue poesie (ne ha portate con sé alcune). «Sarò felice di leggerle, dal momento che sono soltanto trentatré&#8230;», sorride sarcastica Virginia.</p>
<p>«Oh, signora Woolf,» dissi affannosamente, «non è questa la ragione della mia visita. Sono venuto perché&#8230;»<br />
<span style="line-height: 1.5;">«Voleva guardarmi in faccia, suppongo». <span id="more-215"></span>All’improvviso il contatto magico era stato stabilito. Il suo viso si delineò meglio, come in una pellicola sotto l’azione dell’acido.<br />
</span>«Esattamente» dissi.</p>
<p>Lo stesso «contatto magico» si accende quando incontra il poeta Auden in un bagno turco. Brecht in un bar di New York. Thomas Wolfe in un ristorante cinese. Eliot sulle rive del lago di Nemi: «Gettai un’occhiata a Eliot. Guardava distrattamente oltre l’albero. Aveva il mento macchiato dal succo delle fragole».</p>
<p>Se questo libro ha un punto di partenza geografico, è a due passi dal luogo in cui Eliot dialogava col ragazzo Frederic. Il viaggio è cominciato esattamente da lì; ed è cominciato con la stessa ansia di scoperta, con la stessa allegria dell’incontro. Lungo un anno, muovendomi da Roma a Parigi, da Torino a Lisbona, ho incontrato diciannove scrittori italiani.<br />
Li ho visti sorprendersi a ricordare qualcosa che credevano di avere dimenticato. Li ho visti condire patate, assopirsi in treno, portare a spasso il cane, cogliere ciliegie. Li ho osservati mentre sbraitavano cercando inutilmente un libro sugli scaffali, o una frase in testa. Ho incrociato qualche loro improvvisa cupezza, o i momenti in cui la voce quasi canta – dalla gioia del racconto, da un’intuizione imprevista.<br />
Il contatto magico si è stabilito quasi sempre. Magari, a volte, quando eravamo sul punto di salutarci. O magari, altre volte, quando avevo già spento il registratore. Ma va così, negli incontri tra esseri umani: c’è da superare reciproche cortine di imbarazzo, pigrizia, diffidenza. E c’è bisogno di tempo, quindi, anche in questi tempi di <em>speed date</em>.<br />
La domanda da cui ogni volta sono partito, ha a che fare con i libri. E con i luoghi. Nasce dalla volontà di capire che cosa lega, che cosa può legare pagine di carta e inchiostro alla geografia fisica e sentimentale. Nella vita di ogni lettore appassionato, ci sono singolari corrispondenze tra libri e paesaggi attorno. Per questo, «la tentazione di accoppiare luoghi e letteratura – ha scritto Giorgio Montefoschi – non ce la scrolliamo di dosso».<br />
Per questo, se andiamo a San Pietroburgo, mettiamo in valigia un romanzo di Dostoevskij; e se passeggiamo per le strade di Parigi, può tornarci sulle labbra un verso di Baudelaire. Sarà che spesso le parole di un poeta si rivelano più utili di quelle stampate sulle guide turistiche. Sarà che i libri ci tengono compagnia (e in viaggio spesso siamo soli); ci aiutano a mettere a fuoco dettagli, a fare scoperte, a ricordare. Ma anche, banalmente, a passare il tempo. Si racconta in proposito di tale Sir Richard Morison che, partito da rive inglesi alla volta della Germania, riuscì a leggere in viaggio tutto Erodoto, cinque tragedie e tre orazioni di Isocrate e altre sette di Demostene, in lingua originale. Ma era il 1550 e, per arrivare, impiegò ventisei settimane.<br />
In queste pagine si racconta di romanzi che mettono addosso il desiderio di partire; di viaggi fatti sulle tracce di scrittori amati; di strani cortocircuiti che si attivano quando un libro sfiora il paesaggio dell’infanzia, o una terra lontanissima in cui ci perdiamo, o ancora, semplicemente, la nostra poltrona in salotto. Per ogni viaggio, quindi, ci sono stazioni di arrivo ma anche di partenza. Che, messe l’una accanto all’altra, disegnano un itinerario tutto italiano: dal mare di Genova a Orbetello, da Piacenza a Castellammare di Stabia, giù fino a Vigàta, che forse non esiste, o forse sì. A spiegare quanto decisivo sia il luogo da cui ci muoviamo, pensa Raffaele La Capria nelle ultime pagine: «Viaggi, conosci paesi nuovi e diversi, per sapere qualcosa che già stava scritto nel punto di partenza. Ma è al ritorno, all’arrivo che lo scopri. Che scopri quanto sia parte di te».<br />
Mi interessava perciò capire come finiscano col dialogare silenziosamente in noi le città di partenza e quelle di arrivo. Come insomma sia possibile che un’infanzia piacentina si annodi a un percorso indiano, o una fuga dal barocchismo napoletano porti dritto a Tokyo. Funziona così, la geografia, quando diventa «emozionale».<br />
Lo spiega bene Giuliana Bruno, nel suo bellissimo <em>Atlante delle emozioni</em>, partendo da una curiosa, secentesca <em>Carte du pays de Tendre </em>– una mappa del paese della tenerezza – disegnata da Madeleine de Scudéry a corredo di un suo romanzo.</p>
<p><em>Nel suo tracciato, frutto di un viaggio amoroso, il mondo esterno esprime un paesaggio interiore. Le emozioni assumono la forma di una topografia mobile. Attraversare quel territorio significa immergersi nel flusso e riflusso di una psicogeografia personale e tuttavia sociale.</em></p>
<p>Entra in campo, così, tutto ciò che dei luoghi riusciamo a <em>sentire</em>. Con il corpo, soprattutto (guardando, toccando, lasciando tracce di noi, del nostro passaggio). Una città – ha scritto una volta Claudio Magris – è anzitutto «lo sguardo che la osserva e l’animo che la vive». È per questa ragione che può contare più un alberghetto senza nome in periferia che il monumento sulla piazza centrale. Più la pioggia sui vetri di un ufficio che l’itinerario suggerito dall’agenzia turistica. Più il viavai in un caffè, un odore che ci assale camminando per strada, una musica, la luce di una lampada, un gradino.<br />
Di questi dettagli si nutre la scrittura: li afferra, li trasforma in parole. Viene naturale quindi, parlando di viaggio con gli scrittori, ritrovarsi a parlare del loro mestiere. Che è un misterioso viaggio da fermi, non privo di fatiche e pericoli. Alimentato dai viaggi della propria vita e da quelli letti sui libri o sulla faccia degli altri.</p>
<p><em>Perché si scrive? La domanda, inevitabile, ritorna sempre, anche se si cerca di evitarla, simile a certe pie signore dedite alla loro catechesi che tutte le domeniche implacabilmente vengono a suonare alla porta.</em></p>
<p>Così Antonio Tabucchi, convinto che scrivere sia un gioco «di una terribile serietà»:</p>
<p><em>Perché quando un bambino gioca mette tutto in gioco. Prende una pietruzza e seduto sul gradino di casa, mentre scende la sera, reggendo la pietruzza sul palmo della mano dice che quella pietruzza è il mondo.</em></p>
<p>Da quella pietruzza-mondo si riparte ogni volta, a ogni pagina. Anche questo è un contatto magico – su cui non si finisce mai di indagare, di fare domande. Ne vengono fuori molte, quando si è davanti a uno scrittore. Succede al ventitreenne Nathan Zuckermann, davanti al vecchio scrittore Lonoff, di averne perfino troppe. Succede in un romanzo di Philip Roth, <em>Lo scrittore fantasma</em>. Nathan se ne sta lì, un po’ trema per imbarazzo, un po’ per entusiasmo.</p>
<p><em>«Noi lavoriamo nelle tenebre&#8230; Facciamo quello che possiamo&#8230; Diamo quello che abbiamo. Il dubbio è la nostra passione e la passione è il nostro compito. Il resto è la follia dell’arte». Sentimenti attribuiti a un racconto di Henry James che non conoscevo, intitolato Mezza età. Ma «la follia dell’arte»? La follia di ogni cosa tranne l’arte, avrei pensato io. Era l’arte l’unica cosa equilibrata, no? O c’era qualcosa che mi sfuggiva?</em></p>
<p>Ma queste domande, Nathan le tiene per sé. O forse le porrà a Lonoff domattina, forse no. Ci pensa su ancora e ancora, osservando gli scaffali pieni di libri. Di là, il camino è rimasto acceso. Fuori, intanto, continua a cadere la neve – «bella e sconcertante come sempre».</p>
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<p>Prefazione a <em><a href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788842083337" target="_blank">Ogni viaggio è un romanzo</a></em>, a cura di Paolo Di Paolo, Laterza, 2007.</p>
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