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	<title>Paolo Di Paolo &#187; Ultime storie</title>
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		<title>Romanzo senza umani</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Sep 2023 13:39:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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<div dir="ltr"><a href="http://www.paolodipaolo.it/wp-content/uploads/2023/09/romanzo-senza-umani.jpg" data-rel="lightbox-0"><img class="alignnone size-medium wp-image-910" src="http://www.paolodipaolo.it/wp-content/uploads/2023/09/romanzo-senza-umani-768x1024.jpg" alt="romanzo senza umani" width="768" height="1024" /></a></div>
<div dir="ltr">
<p>Un uomo cammina lungo le rive di un grande lago tedesco. È partito all’improvviso, dopo avere provocato una serie di “incidenti emotivi”, come lui stesso li definisce. È ripiombato nella vita di persone che non vedeva da tempo. Ha risposto a email rimaste lì per quindici anni, facendo domande fuori luogo. Ha provato a riannodare fili spezzati.<br />
Mauro Barbi, storico di professione, cerca di aggiustare i ricordi degli altri – le persone che ama e ha amato – proponendo la sua versione dei fatti. Cerca di costruire una “memoria condivisa” che lo riguarda. Ma che impresa è? Forse c’entra una Piccola era glaciale privata, un processo di raffreddamento che ha spopolato la sua esistenza. Dove sono Fiore, Arno, il vecchio Cardolini, Meri, la Ragazza belga di Madrid? Dov’è Anna? Dove sono tutti?<br />
Forse il lago a cui ha dedicato anni di studio può dargli le risposte che cerca. Vede, anzi immagina, l’immensa lastra di ghiaccio che lo copriva da sponda a sponda quattro secoli e mezzo prima. Il sole pallido su una catasta di uccelli morti. Un lunghissimo inverno che travolse l’Europa con i suoi venti polari, le grandinate furiose, le inondazioni. Una remota stagione estrema che faceva battere i denti, perdere la speranza, impazzire. Come se ne uscì? Come se ne esce?<br />
Le immagini del passato ci ingannano sempre. Barbi prova a rientrare nel presente, con tutta l’ansia e la fatica che richiedono i gesti semplici. Uno in particolare potrebbe cambiare tutto.<br />
In questo suo <i>Romanzo senza umani</i>, dove gli umani sono a fuoco più che mai, Paolo Di Paolo interroga i disastri climatici delle nostre singole vite. Gli anni senza estate, i desideri furiosi come acquazzoni tropicali, le secche della speranza, il gelo che intorpidisce e nasconde. E poi il disgelo, che finalmente riporta alla luce.</p>
<p><strong>Che cosa ricordano, gli altri, di noi?</strong></p>
<p>“Paolo Di Paolo affronta un tema poco esplorato: la memoria è turbamento. C’è chi ricorda troppo, chi ricorda meno, chi non percepisce lo scorrere del tempo. Siamo tutti congelati fra versioni sconnesse del passato. Non è facile leggere la vita mentre accade.  Un romanzo magnifico e audace.”</p>
<p><em>André Aciman</em></p>
</div>
</blockquote>
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		<title>Trovati un lavoro e poi fai lo scrittore</title>
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		<pubDate>Tue, 23 May 2023 08:38:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«C’entrano i geni? il famoso DNA? C’entra qualche antenato sconosciuto? un vecchio bibliofilo il cui nome è nascosto in una enciclopedia polverosa che non leggerò mai Ma no, forse è (<a title=" Trovati un lavoro e poi fai lo scrittore" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2023/05/23/trovatiunalvoropoifailoscrittore/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.paolodipaolo.it/wp-content/uploads/2023/05/foto-trovati.jpg" data-rel="lightbox-0"><img class="size-medium wp-image-895" src="http://www.paolodipaolo.it/wp-content/uploads/2023/05/foto-trovati-768x594.jpg" alt="Trovati un lavoro e poi fai lo scrittore" width="768" height="594" /></a></p>
<p>«C’entrano i geni? il famoso DNA?<br />
C’entra qualche antenato sconosciuto?<br />
un vecchio bibliofilo il cui nome<br />
è nascosto in una enciclopedia polverosa<br />
che non leggerò mai</p>
<p>Ma no, forse è solo frutto di un caso<br />
O di una speciale intelligenza del mondo –<br />
che sarebbe molto noioso se tutti amassimo le stesse cose</p>
<p>D’altra parte, la gente seriamente appassionata è divertente da osservare<br />
ma anche un po’ inquietante</p>
<p>Non c’è mai una ragione precisa,<br />
una ragione seria<br />
a cui ricondurre l’essere diventati,<br />
nella vita, questo o quello<br />
una studiosa di fisica che si occupa<br />
di buchi neri<br />
come affacciandosi da oblò invisibili<br />
nello spazio<br />
un pilota costretto a dimenticare le paure<br />
di molti passeggeri<br />
in volo sull’Oceano<br />
il macellaio migliore del quartiere<br />
l’insegnante rimpianta dagli studenti<br />
che ha dovuto lasciare<br />
il grafico che impagina questo libro</p>
<p>perché così? perché siamo questo e non altro?</p>
<p>A vedermi da fuori, io stesso ho qualche dubbio sul tempo che ho speso a leggere storie</p>
<p>ad accumulare libri<br />
a comprarli<br />
a farmeli prestare<br />
a prestarli<br />
senza riaverli indietro<br />
(ma questo non è importante, perché trovavo – per dire – perfino eccitante di sapere un libro mio a casa di una ragazza che mi piaceva)<br />
E a sfogliarli<br />
a sottolinearli<br />
a perderli<br />
e ricomprarli</p>
<p>Il tempo – non quantificabile – che ho speso anche solo ad accarezzare copertine<br />
come si accarezzano gli animali domestici»</p>
<p>da “<a href="https://rizzoli.rizzolilibri.it/libri/trovati-un-lavoro-e-poi-fai-lo-scrittore/#:~:text=Trovati%20un%20lavoro%20e%20poi%20fai%20lo%20scrittore%20%E2%80%93%20il%20consiglio,a%20quella%20immaginata%20da%20bambino.">Trovati un lavoro e poi fai lo scrittore</a>” (<a class="x1i10hfl xjbqb8w x6umtig x1b1mbwd xaqea5y xav7gou x9f619 x1ypdohk xt0psk2 xe8uvvx xdj266r x11i5rnm xat24cr x1mh8g0r xexx8yu x4uap5 x18d9i69 xkhd6sd x16tdsg8 x1hl2dhg xggy1nq x1a2a7pz xt0b8zv xzsf02u x1s688f" tabindex="0" href="https://www.facebook.com/RizzoliLibri?__cft__[0]=AZUZ0Y_po9oe9XT1-W-nNQetpx_R4HNFYSFjBCHXwfF6BdgeSIKNm6UOYbC7xhsAxdnc4tOod3x-FsJqoykgSlQ8KpJ5UHSs9uevxPbyIiHadsNUl-4nTrVmPFEBwmxmZ6tDL7xgat_skWe0pA_pQp3brOk8AEzRdr1ZPsMI9aTmjHjiBuLfiqmg2SU6oPLt8VE&amp;__tn__=-]K*F"><span class="xt0psk2">Rizzoli</span></a>)</p>
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		<title>&#8220;Dove eravate tutti&#8221; &#8211; processo al personaggio</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2021 19:31:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sui miei libri]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Sole 24 Ore – Domenica, 23 ottobre 2011 Una volta, a scuola (ma forse accade ancora), veniva chiesto di prendere posizione. Leggevi un brano di romanzo sull’antologia e ti (<a title=" &#8220;Dove eravate tutti&#8221; &#8211; processo al personaggio" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2021/01/22/processoalpersonaggio/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Sole 24 Ore – Domenica, 23 ottobre 2011</em></p>
<p>Una volta, a scuola (ma forse accade ancora), veniva chiesto di prendere posizione. Leggevi un brano di romanzo sull’antologia e ti trovavi nei panni di giudice. Tu cosa avresti fatto al posto del personaggio? Ti sembra giusto che don Abbondio non abbia avuto il coraggio di ribellarsi ai bravi? E giù critiche a palate: macché, io avrei fatto questo e questo; li avrei denunciati, oppure avrei detto subito a Renzo e Lucia come stavano le cose. Si può essere più vigliacchi? Così, da una parte – quella dei buoni – c’eravamo noi; dall’altra c’erano i personaggi cattivi, condannati senz’appello al tribunale spiccio delle nostre coscienze. Almeno sulla carta dei quadernoni, eravamo coraggiosi, fedeli alle amicizie, incapaci di tradire. Eravamo puri e con la schiena dritta. Perfino all’ultimo anno di scuola superiore, fiorivano all’impazzata tesine che erano vibranti <em>j’accuse</em> contro l’inettitudine di Zeno Cosini, Emilio Brentani e compagnia.</p>
<p>Poi, siamo cresciuti. La vita ha guadagnato qualche sfumatura in più e così pure la capacità di leggere, per chi ha continuato a farlo. Importava davvero ancora giudicare i personaggi? Smarcarsi dai loro difetti, dalle loro viltà, dalle sciocchezze e dai peccati che commettevano? Tutti hanno qualcosa da farsi perdonare, e nel gruppo finalmente eravamo inclusi anche noi. Leggere poteva essere più avventuroso proprio perché compromettente: significava scendere negli abissi altrui per illuminare i propri, mandare in crisi le certezze sul nostro conto, sulla nostra stessa innocenza. Uscire da un romanzo non già rassicurati nella nostra splendente dirittura morale, ma al contrario: allarmati e indifesi.</p>
<p>Al tempo dei blog, di Anobii e dei social network, ogni cultore di libri ha il proprio quadernone a righe. Il cultore di cinema pure, ma appare più scafato, avvezzo a prendere non le distanze dal male rappresentato, ma a valutare il fascino e la riuscita di quella rappresentazione. Per i romanzi contemporanei, invece, è tutto un prendere di petto i personaggi. Il tanto atteso «ritorno all’etica» sta dando i suoi primi frutti nelle valutazioni letterarie? Che pasticcio. È un coro: ma perché quel personaggio di Giordano si comporta da sfigato e non si scuote? Perché proprio nessuno, in <em>Acciaio</em> di Silvia Avallone, ha una «parvenza di vita felice»? perché tanto degrado? Perché il ragazzino dell’ultimo libro di Ammaniti si lamenta se in realtà è solo un «viziato figlio di papà»? Perché i protagonisti dell’ultima Mazzantini hanno rapporti «così malati, morbosi, cattivi»? Non sto inventando.</p>
<p>È toccato anche a me. La presenza su Facebook e l’insana abitudine di spulciare i blog mi hanno messo a contatto con una furia del tutto imprevista. <em>Dove eravate tutti</em> ha un protagonista, Italo Tramontana, quasi trentenne – e già il dato anagrafico sembra non deporre a suo favore. Lungo tutto l’arco del romanzo non commette omicidi. Però si accorge, quasi per un’epifania, che l’intera sua vita cosciente – dal 1993 a oggi – ha coinciso con la presenza sulla scena politica di Silvio Berlusconi: esame di quinta elementare, maggiore età, scuola guida, laurea cosiddetta triennale. «Questa non è una cosa bella, né brutta. È una cosa vera». Prova a concludere una tesi impossibile sugli anni zero e nel frattempo fa i conti con suo padre, professore in pensione accusato di avere investito volontariamente con l’auto un ex alunno. La madre si assenta dal paesaggio delle certezze domestiche facendo un viaggio improvviso, e il giovane si trova tardivamente alle prese con i calzini da lavare. Mal gliene incoglie, sul piano pratico (in effetti ha qualche difficoltà con la lavatrice) e al tribunale dei recensori online. «Ventenne piagnone e ripiegato su sé stesso». «Che pena quando la mamma giustamente si rompe i c. di una famiglia così e se ne va per una meritata vacanza. Scoperta epocale: una casa non va avanti da sola! Bisogna fare la spesa, lavare i calzini, stirare e cucinare. Ma va’ là! Così il nostro eroe si trova da solo davanti al supermercato, al ferro da stiro e al soffritto. Ma non gli viene in mente di rimboccarsi le maniche e darsi una mossa. Meglio sognare davanti alla foto della Ragazza Amata e Mai Avuta». Lì per lì ho pensato a un malumore isolato. Macché: «E io dovrei sentirmi rappresentata da uno come Italo? Mi fa solo rabbia. È solo un “inetto” incapace di sciogliersi dai legacci di questa Italia in decadenza». Vai a spiegare che un personaggio è un personaggio, non è lì per rappresentare nessuno se non sé stesso. Come, tra l’altro, accade per le persone. Italo, Italo, pancia in dentro e petto in fuori! Perché non sei in piazza? Perché non prepari la rivoluzione? «Questo personaggio è un eterno adolescente, è uno che vota Berlusconi vivendo, la sua vita è troppo comoda, la sua vita è fatta di niente». Non basta: Italo è un moralista ipocrita, è un «democristiano». Ma è nato nell’83! Non basta: è assolutamente imbranato con le ragazze, non è in grado di scrivere una tesi, è in sostanza patetico e inerte. Stavo per riprendere fiato quando un’ulteriore scarica di domande mi è arrivata sul naso: «Che senso ha lamentarsi che il padre ha lasciato il libro sulla storia del socialismo nei ripiani più alti della libreria, lontano dalle mani del figlio? Ma monta sopra una sedia e prendilo, oppure vai in libreria e compralo! Quando mai è il padre che insegna al figlio a fare la rivoluzione?». Non importa che in effetti, a fine romanzo, Italo abbia cominciato a leggere quella storia del socialismo e che rimproveri sé stesso di non averlo fatto prima. L’accigliato lettore non se ne è accorto. Non importa nemmeno che da qualche parte il personaggio ammetta che la sua visione storico-politica somiglia a un cartone animato o a un fumetto, o che a un certo punto il suo processo contro il padre gli torni indietro come un boomerang. E se a lui si addebitano troppe indulgenze e mancanze, il rimprovero può allargarsi a dismisura e travolgere la sorella adolescente Anita che si innamora del «teppistello» e «carogna» investito dal padre, e via così.</p>
<p>Qualcuno dirà che è positiva questa visceralità nella lettura di un romanzo. Può darsi. Tuttavia, prendere per il bavero i personaggi dimostra anche un eccesso, non molto lucido, di nervosismo. Avevo scelto di porre a epigrafe di <em>Dove eravate tutti</em> una frase di De Sanctis – «I popoli, come gl’individui, al pendio della decadenza diventano nervosi, vaporosi, sentimentali» – ritenendo che nei tre aggettivi ci fosse il senso del libro (del modo, perfino, d’essere scritto) e la verità sui suoi protagonisti. Tanto mi bastava, senza condanne né assoluzioni. Chiedere a Italo di stare sulle barricate sarebbe come chiedere al Brentani di <em>Senilità</em> di cambiare abbigliamento e pettinatura. I personaggi sono come sono: migliori o peggiori di noi. Talvolta ci somigliano. Pretendere da loro ciò che non pretenderemmo da nessuno – rinunciare a ciò che sono; amare, soffrire di meno o di più; essere più intelligenti o più energici; contribuire, che so, alla primavera araba – è forse piuttosto sciocco. Vanno lasciati nei romanzi, e giudicati al tribunale della letteratura, non a quello della coscienza. Ecco dov’è che vince don Abbondio. Tra l’altro, lo confesso, io ho sempre tifato per lui.</p>
<p>Paolo Di Paolo</p>
<p>&nbsp;</p>
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]]></content:encoded>
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		<title>Tempo senza scelte</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jan 2021 21:29:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La scelta è dubbio, responsabilità, costruzione di sé e del futuro. Ma dove la Storia non chiede risposte nette, dove si è esposti a miriadi di opzioni evanescenti, è ancora (<a title=" Tempo senza scelte" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2021/01/02/tempo-senza-scelte/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div class="book-detail__grid-col book-detail__description">
<div class="book-detail__text">
<p>La scelta è dubbio, responsabilità, costruzione di sé e del futuro. Ma dove la Storia non chiede risposte nette, dove si è esposti a miriadi di opzioni evanescenti, è ancora possibile prendere decisioni radicali, accettare il rischio, percorrere una strada fino in fondo?</p>
<p><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/problemi-contemporanei/tempo-senza-scelte-paolo-di-paolo-9788806227111/">Tempo senza scelte, Einaudi, 2016</a></p>
<p><a href="https://www.panorama.it/cultura/paolo-di-paolo-tempo-senza-scelte">Panorama, 9 ottobre 2016, di Michele Lauro</a></p>
<p>Con Monica Mondo per Soul, Tv2000:</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/Yaz5drheIWg" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
</div>
<div id="gtx-trans" style="position: absolute; left: 380px; top: 296.333px;"></div>
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		<title>Svegliarsi negli anni Venti</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2020 21:32:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Svegliarsi negli anni Venti” l’ho immaginato come un corridoio spazio-temporale tra due secoli &#8211; futuristi, futurocrati, feste dell’Età del jazz e aperitivi negati, Thomas Mann e la rabbia sociale, Kafka (<a title=" Svegliarsi negli anni Venti" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2020/11/03/svegliarsineglianniventi/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.librimondadori.it/libri/svegliarsi-negli-anni-venti-paolo-di-paolo/">“Svegliarsi negli anni Venti” </a>l’ho immaginato come un corridoio spazio-temporale tra due secoli &#8211; futuristi, futurocrati, feste dell’Età del jazz e aperitivi negati, Thomas Mann e la rabbia sociale, Kafka e gli spettri di WhatsApp.</p>
<p>C’è una scena di un romanzo di Julian Barnes, “Il senso di una fine”, che amo molto. Un ragazzo è alla cattedra per essere interrogato.</p>
<p>“Allora, sentiamo Marshall. Come descriverebbe il regno di Enrico VIII?”.<br />
Pausa, silenzio. Sollievo dei compagni di classe. Marshall tace ancora. Poi, finalmente: “Un tempo inquieto, signore”.<br />
L’insegnante non è soddisfatto: “Le dispiacerebbe approfondire il concetto?”.<br />
Lui, dopo avere annuito, ci pensa ancora un po’ e tira fuori la sua risposta definitiva: “Un tempo molto inquieto”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=314&amp;href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fpaolodipaolo1983%2Fvideos%2F1282935368721501%2F&amp;show_text=false&amp;width=560" width="560" height="314" frameborder="0" scrolling="no" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=314&amp;href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fpaolodipaolo1983%2Fvideos%2F1294606617554376%2F&amp;show_text=false&amp;width=560" width="560" height="314" frameborder="0" scrolling="no" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><iframe style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=314&amp;href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fpaolodipaolo1983%2Fvideos%2F1288652194816485%2F&amp;show_text=false&amp;width=560" width="560" height="314" frameborder="0" scrolling="no" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>Qui leggo un capitolo del libro a cui sono molto legato. Racconta di Monet; di quando, cento anni fa, pensò di abbandonare la pittura &#8211; e del mondo intorno.</p>
<p><iframe style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?height=316&amp;href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fpaolodipaolo1983%2Fvideos%2F1318439001837804%2F&amp;show_text=false&amp;width=560" width="560" height="316" frameborder="0" scrolling="no" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Wet Market. La fiera della (nostra) sopravvivenza</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2020 21:07:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Argomenti]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[Ultime storie]]></category>

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		<description><![CDATA[Un mercato coperto nel cuore di una grande città. Ogni padiglione è un’epoca diversa. In questo ideale campo comune, tra superstizioni, ripensamenti e deliri di onnipotenza, gli uomini e le (<a title=" Wet Market. La fiera della (nostra) sopravvivenza" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2020/11/03/wetmarket/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Un mercato coperto nel cuore di una grande città.</strong> Ogni padiglione è un’epoca diversa. In questo ideale campo comune, tra superstizioni, ripensamenti e deliri di onnipotenza, gli uomini e le donne di scienza – i medici, i pionieri, i “cacciatori di microbi” (da Montagu a Jenner, da Pasteur a Koch, dal misconosciuto Tiberio a Blackwell) – incrociano i loro passi e si confondono con la massa, dando vita al grande affresco della ricerca del vaccino più sicuro, degli antibiotici più efficaci. “<a href="https://www.repubblica.it/spettacoli/teatro-danza/2020/11/03/news/non_si_puo_andare_in_scena_arriva_il_radiodramma-272918098/?ref=RHTP-VS-I272944707-P8-S6-T1&amp;fbclid=IwAR0O85er1JVh_OOMZuGuu499I9lRhd0sNXHCe_vQrhu0J0UKM_0RDYE2zF4">Wet Market</a>” intreccia storie che raccontano trionfi e sconfitte della scienza, e in fondo del genere umano. Una fiera della (nostra) fragile sopravvivenza che ci dà la misura delle speranze e delle paure con cui quotidianamente, e a maggior ragione oggi, siamo tenuti a fare i conti.</p>
<p><a href="https://emiliaromagnateatro.com/ert-on-air-wet-market/?fbclid=IwAR0ruKvpj99VqyNxsfdEB8p7oKVx-7spAeSo3gYw5nCmcie8AGgpzGUEPpY">Ascoltabile nella versione radiodramma</a></p>
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		<title>Lontano dagli occhi</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2020 19:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spesso, mentre si scrive un romanzo, viene voglia di nascondere fra le pagine qualcosa, sperando che venga scoperta: L’ultimo romanzo di Paolo Di Paolo potrebbe provocatoriamente essere considerato un romanzo (<a title=" Lontano dagli occhi" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2020/11/03/lontano-dagli-occhi/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Spesso, mentre si scrive un romanzo, viene voglia di nascondere fra le pagine qualcosa, sperando che venga scoperta:</em></p>
<p>L’ultimo romanzo di Paolo Di Paolo potrebbe provocatoriamente essere considerato un romanzo di formazione, ma di formazione nell’utero, nel quale il protagonista scopre chi è riguardando se stesso, molto indietro nel suo passato, ovvero valicando la soglia prenatale e avventurandosi nel mito delle origini nebulose e immaginarie, presupposte nella nascita di ognuno […]</p>
<p>Ma il romanzo è tutto proiettato sull’essere figli, perché come dice l’esergo riprendendo dalla <em>mise en abime</em> finale del libro “nulla ci accomuna come l’essere figli”, e bisognerebbe aggiungere alla fine della lettura “figli del caso”, “figli scangiati” avrebbe detto Pirandello nell’omonima favola, figli senza padri e senza madri se non quelli scelti o immaginati, edipicamente sognati a occhi chiusi o a occhi aperti come i personaggi dell’ultimo testo teatrale di Beckett, Cosa dove (1983), pur evocato in Lontano dagli occhi, forse come la chiave o una delle chiavi interpretative più sotterranee dell’intera vicissitudine […]</p>
<p>Giovanni Greco – <em>L’indice dei libri del Mese</em>, sul mio “<a href="https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/lontano-dagli-occhi/?fbclid=IwAR05ejs5OYF7IL-UUVptjJlShiL9RJoSp09ZP5hFU9FOroEeDd95XvYKxDY">Lontano dagli occhi</a>” &#8211; <a href="https://www.corriere.it/cultura/20_agosto_30/premio-letterario-viareggio-2020-di-paolo-ferroni-cecchinel-83a75b98-eae1-11ea-916c-ce1c13f63bba.shtml">Premio Viareggio Rèpaci 2020</a></p>
<p><em>About a book, Repubblica, con Giulia Santerini</em></p>
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		<title>La formazione dello scrittore</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2015 11:13:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venerdì 7 settembre 1990 &#8211; la scuola non è ancora iniziata &#8211; scendo in cucina all&#8217;ora di pranzo. Ho da poco compiuto sette anni. Scendo con un paio di fogli (<a title=" La formazione dello scrittore" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2015/12/17/la-formazione-dello-scrittore/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 7 settembre 1990 &#8211; la scuola non è ancora iniziata &#8211; scendo in cucina all&#8217;ora di pranzo. Ho da poco compiuto sette anni. Scendo con un paio di fogli strappati a un&#8217;agenda di mio padre rimasta inusata. Dico che si tratta del primo numero di un giornale che ho appena fondato, Il Menù. Conterrà il menù del giorno e alcuni pensieri. Lo porterò avanti a intermittenza fino quasi all&#8217;adolescenza.</p>
<p>Mercoledì 22 dicembre 1993 torno da scuola, è l&#8217;ultimo giorno prima delle vacanze di Natale, cerco nella cassetta della posta, come sempre, la copia di <em>Topolino</em>. Non c&#8217;è, arriva sempre e maledettamente il venerdì, a volte il sabato.<span id="more-310"></span> La mia settimana ruota intorno a quel giornale di fumetti come intorno a un perno, alimenta la mia fantasia, i miei sogni di gloria da disegnatore. La mia seconda residenza, anzi forse la prima, è Paperopoli, con le sue giornate placide e dal cielo sereno. Conosco indirizzi, sono esperto di giardini, amache, nonne. Tra qualche giorno, all&#8217;Eur, i miei mi portano a una grande mostra per i sessant&#8217;anni di <em>Topolino</em>. Sarà uno degli appuntamenti fondamentali della mia vita di decenne e non solo.</p>
<p>Mercoledì 16 dicembre 1998 sono un aspirante giornalista pronto a incontrare il suo mito. Sono rimasto incollato a un termosifone del Liceo Parini di Milano per tre quarti d&#8217;ora, aspettando il momento di incontrare, da imbucato, Montanelli. Un ragazzo mi chiede se ho una sigaretta. No, gli dico. Poi Montanelli arriva, gli dico chi sono &#8211; quello che l&#8217;ha tempestato di lettere negli ultimi paio di anni -, lui allunga la sua mano sulla mia guancia. Ah, sei tu, dice. Morirà domenica 22 luglio 2001, mentre a Genova infuria la battaglia ed è rimasto il sangue sulle strade, e io sono quasi convinto che non farò mai il giornalista.</p>
<p>Martedì 21 marzo 2000 comincia la primavera, la prima di un secolo nuovo, o l&#8217;ultima del secolo vecchio, non ci si è mai messi d&#8217;accordo. Quel giorno o forse due o tre dopo, suonata la campanella, dico a un paio di amici che devo passare in libreria. Perdiamo l&#8217;autobus, dice Lorenzo. E se ne va. Marco e Fabiana restano, io devo chiedere <em>Lamento di Portnoy</em> al libraio. Non so bene come si dice Portnoy. Lui me ne dà una copia vecchissima che in copertina porta la dicitura Sesso scatenato senza censure. F. se ne accorge, io avvampo. Leggere, ha detto qualcuno, è anche una preferenza sessuale, me ne sono accorto leggendo Moravia e Roth, forse prima del dovuto, forse no.</p>
<p>Venerdì 18 agosto, a Salamanca, Spagna, assisto a tramonti epocali, mentre le cicogne battono il becco da guglie barocche. Torno nell&#8217;appartamento dell&#8217;infermiera Emilita Hernandez García e mi butto sul letto a leggere un romanzo di Marías, <em>Un cuore così bianco</em>, di cui mi seduce il dipinto in copertina. Una ragazza nuda, un uomo che la spia.</p>
<p>Giovedì 15 marzo 2001, pomeriggio, sto facendo i compiti, svogliatamente. Mia madre esce per alcune spese, le chiedo di passare in libreria. Sbuffa. Per me è importante, vitale. Esce un libro di Tabucchi, si chiama <em>Si sta facendo sempre più tardi</em>. Devo averlo. Lo aspetto come qualche anno prima i giornali a fumetti. Non vedo l&#8217;ora che mia madre torni. Corro nel finire i compiti, quando arriva me lo giro fra le mani come un oggetto luminoso. Di Tabucchi, nel giugno 1997, ho letto <em>Sostiene Pereira</em>, chiuso in una Panda 750 Young parcheggiata al sole. Sudavo come Pereira nell&#8217;estate lisbonese del 1938. Ero entusiasta. Come si fa a scrivere così?</p>
<p>Sabato 8 settembre 2001 c&#8217;è la festa patronale nel paese alle porte di Roma in cui vivo. Sto leggendo la prima parte della <em>Recherche</em> di Proust. Una folgorazione, di cui resta traccia perché, con una stupida matita rossa e blu, ho riempito di segni il Meridiano Mondadori. Qualche giorno dopo è l&#8217;11 settembre, nel pomeriggio vado a scuola guida &#8211; controvoglia come sempre &#8211; ma ho la testa altrove.</p>
<p>Martedì 18 giugno 2002 faccio il tema di maturità, o forse il giorno dopo. Fa caldo. Parecchio. Scelgo un tema sui luoghi, i luoghi e la memoria, metto in mezzo Proust e Lalla Romano, che è morta un anno prima e per un suo romanzo aveva pescato un titolo da Proust. <em>La penombra che abbiamo attraversato</em>. L&#8217;avevo letto a bordo piscina l&#8217;anno prima. Un po&#8217; guardavo Eleonora Semprini, un po&#8217; leggevo. Il pomeriggio del 19 giugno 2002, o forse era il 20, mi sento uno che sa scrivere, per la prima volta. La professoressa di storia dell&#8217;arte, Vittorini &#8211; ha il cognome di uno scrittore &#8211; mi dice che lei e i suoi colleghi non hanno corretto il tema di uno studente, ma il tema di uno scrittore. Addirittura, dico. Sì, dice lei. Il pomeriggio, a casa di Marco, resto solo per mezz&#8217;ora con F., non ho il coraggio di baciarla, le accarezzo solo i capelli. Quando, martedì 2 luglio, chiudo il mio orale leggendo una poesia di Montale &#8211; finisce con «Il mio sogno di te non è finito» &#8211; è per lei la mia dedica implicita.</p>
<p>Maggio 2003 anticipa l&#8217;estate più calda del secolo. Già si soffoca, e sono a Torino. Ho mandato al Premio Calvino una raccolta di racconti buttati giù l&#8217;estate prima, la più libera e larga di tutta la vita. Martedì 13 maggio un giurato mi guarda con diffidenza, mi dice: a leggerla, abbiamo pensato che lei fosse un professore in pensione. Devo ancora compiere vent&#8217;anni, rispondo. Il libro era solo, lo so, una prova di voce, pieno zeppo di citazioni e di imitazioni. Non riesco a rileggerlo.</p>
<p>Lunedì 2 febbraio 2004 sto studiando per un esame universitario – letteratura latina. Squilla il telefono, c’è un rumore di fondo. Sono Enzo Siciliano, dice una voce gentile e allegra, ho letto il suo racconto, lo pubblichiamo su <em>Nuovi Argomenti</em>. Mi piace il tono dolente e ironico. «Dolente» e «ironico»: penserò molto a lungo a questi due aggettivi. Ci penso ancora.</p>
<p>Martedì 21 dicembre 2004 sono a Milano, in una stanza orrenda di un piccolo albergo. Tra poco ho la mia prima vera presentazione. La relatrice, da poco, ha fatto sapere che non può più venire. Non sono arrivate nemmeno le copie del libro. Scoppio a piangere. Vorrei scappare.<br />
Durante l&#8217;incontro, un milanese accigliato del pubblico sottolinea acido in un suo intervento «il simpatico accento romano del giovane autore».</p>
<p>Domenica 13 febbraio 2005 esco per la almeno decima volta dalla casa di Antonio Debenedetti, vicino a Fontana di Trevi. Stipata di libri all&#8217;inverosimile, come sempre piace immaginare sia la casa di uno scrittore. Nel registratore ho impressa la sua voce che racconta della sua confidenza con gli dèi. Figlio di Giacomo, è stato da bambino sulle ginocchia di Saba, ha avuto Caproni per maestro elementare, Elsa Morante gli portava regali, Ungaretti è stato il suo professore all&#8217;università. Se ho fatto una scuola di Novecento italiano, è stata in quel salotto con le poltroncine rosse e gli scuri sempre chiusi.</p>
<p>Nel corso del 2006 giro un po&#8217; d&#8217;Italia con qualche tappa fuori per inseguire gli scrittori. Mi pare che conoscerli, intervistarli sia un modo per rubargli segreti che si rifiutano di rivelare. Con la scusa di un libro, ne incrocio una ventina. Li vedo assopirsi su un divano, incazzarsi, condire un piatto di patate lesse, vantarsi come bambini, essere fino in fondo i coglioni che sospettavo, essere più intelligenti e crudeli di quanto prevedevo. Imparo qualcosa da ciascuno, nell&#8217;istante esatto in cui loro non si accorgono, usciti dalla parte, di dare il meglio. Lungo rue Monge, a Parigi, sotto la pioggia di lunedì 13 marzo, non mi fido ancora della mia vocazione.</p>
<p>Di tanto in tanto, come per esempio giovedì 19 aprile 2007, ho la sensazione di aver conquistato qualcosa. Le ore sulle scale bianche della facoltà di Lettere, contano di più, producono di più di quelle in aula. Lavoro per una piccola casa editrice, in certi tardi pomeriggi ho il mondo il mano, o così sembra. Ho quasi ventiquattro anni, bozze da correggere, un libro che deve uscire, molti meno dubbi di quelli che si preparano per il futuro, a stormi.</p>
<p>Martedì 20 maggio 2008 Milano è bellissima, luminosa. Camminare per via Paolo Sarpi, la mattina, dà una strana euforia. Mi fermo per il cappuccino in un bar tenuto da cinesi. Dormo poco, approfitto dell&#8217;alba per scrivere un minuscolo romanzo, finire una tesi di laurea, buttare giù articoli. Per il resto, faccio il redattore televisivo. Da dove viene tutta questa energia? Convoco i fantasmi, a me cari, di Capote, di Perec, di Magritte. Le frasi, per la prima e forse unica volta, mi restano impigliate fra le ciglia, le vedo appena sveglio. Le riconosco. Intanto mi prendo una cotta per una ragazza sbagliata, o una cotta sbagliata per una ragazza. Ma mai ho scritto con tanto desiderio e tanta incoscienza, gli amori sbagliati aiutano, e anche le città estranee e bellissime in primavera.</p>
<p>Venerdì 9 gennaio 2009 Parigi è letteralmente gelata. Soffia un vento siberiano che spacca le orecchie e le dita, se restano scoperte. Cammino da solo per chilometri, camminate che torneranno utili per un romanzo che ho appena cominciato a immaginare e scriverò un paio di anni dopo. Antonio Tabucchi entra infreddolito in un caffè di Saint-Germain, si toglie il berretto, sorride. Non so bene cosa dire, fin lì l&#8217;ho sentito solo per telefono e per lettera. Gli chiedo una dedica su quel libro che nel marzo del 2001 avevo tanto atteso, Si sta facendo sempre più tardi. I titoli a volte sono presagi. Mangiamo in un ristorante thailandese. Ho le labbra infuocate dal piccante e dal gelo della giornata, una strana e felice stanchezza, tornando in albergo. Gli ho raccontato la storia che ho in mente, ha a che fare con un ragazzo degli anni venti. Volevo cercarne la tomba al Père Lachaise, ma era chiuso per ghiaccio e neve. Torna in primavera, mi dice Tabucchi, e andiamo insieme. Spengo la luce per dormire. Ho bisogno di fermare alcune frasi, la riaccendo. Spengo, provo a dormire, non riesco, riaccendo. Sul volume dei racconti di Tabucchi che ho portato con me c&#8217;è una frase che dice: «E intanto noi viviamo, o scriviamo, che è lo stesso, in questa illusione che si conduce». Ho venticinque anni, la formazione sembra finire qui. Non finisce mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da <a href="http://www.laurana.it/libro_scrittore.php" target="_blank"><em>La</em><i> formazione dello scrittore</i></a>, a cura di G. Dadati, Laurana, 2015.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Orhan Pamuk, &#8220;La stranezza che ho nella testa&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2015 10:29:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>A metà fra mito e commedia degli equivoci, l’innesco della trama è semplice: il ragazzo Mevlut si innamora di una ragazza, la riempie di lettere, una notte la rapisce per sposarla e si accorge di avere sbagliato persona. «Secondo voi quand’è che Mevlut si rese conto che la ragazza che aveva rapito non era la bella Samiha, quella con cui si erano guardati dritto negli occhi al matrimonio di mio fratello, ma la sorella maggiore, la brutta Rayiha?». A parlare è il cugino di Mevlut, Süleyman, uno dei tanti personaggi che prendono direttamente la parola e completano, precisano, smentiscono la versione della voce narrante.<span id="more-302"></span><br />
Mevlut non sembra comunque troppo sconvolto, «non dice nulla», come gli rimprovera Süleyman, apprezza quello che ha, per un ragazzo di villaggio arrivato nella grande città a vendere yogurt e boza, una bevanda «leggermente alcolica, densa, profumata e giallognola», in giro per le strade, già è parecchio avere una donna al fianco. Poter fare l’amore con lei, dopo avere tanto atteso, dormire insieme: «Mevlut vide come una luce provenire dalla pelle di Rayiha – bianca come il latte – e diffondersi nella stanza. Gli venne in mente che quei lividi rosa e violacei poteva averglieli provocati lui». A lui piace, di lei, la «genuina e puerile allegria», la cura con cui gli prepara una tisana al tiglio quando torna dal lavoro, stanco per aver camminato senza sosta per le strade di Istanbul. Perché la vera, grande protagonista di <em>La stranezza che ho nella testa</em> (Einaudi) è la città: Mevlut la scopre, la contempla, prova a decifrarla, la lascia parlare. È perfino commovente questo immenso catalogo di dettagli. Mevlut spinge il suo carretto, guarda ogni tanto l’orologio e sente muoversi intorno la città come un corpo vivo, le ombre degli alberi che vibrano, l’abbaiare dei cani, «coraggiosi e prepotenti» – lui li teme: «Ah, figliolo, Istanbul ti ha spaventato» lo incoraggia la zia – e tutto il resto: le automobili, i camion dal muso lungo che sembrano cani lupo, le vetrine in allestimento dei negozi, i cinema che proiettano film porno (nelle sale c’è uno strano odore di alito e di eucalipto); donne bellissime intraviste e perse nella folla, e la folla stessa che ti inghiotte, ti nasconde: «A rendere tale una “città” era la possibilità che una persona aveva, confondendosi tra la folla, di nascondere le stranezze della sua testa». E di immaginare altre vite, lontane dalla propria. Orhan Pamuk va avanti e indietro nel tempo – la storia si sviluppa tra la fine degli anni Sessanta e i nostri – e attraverso una lingua che, nella traduzione di Barbara La Rosa Salim, appare semplice e ritmata, fa letteralmente risuonare le pagine dell’inesausta musica urbana; le pagine cambiano colore e temperatura insieme al vento, a seconda della stagione, mentre tutti i personaggi continuano a dire la loro, a intromettersi, a farsi largo con i piedi e con la voce nella «sconfinata» Istanbul. Intanto Mevlut diventa padre di due bambini, difende la sua felicità; Samiha, la sorella bella, scappa con un uomo diverso da quello a cui è stata promessa; le bambine di Mevlut crescono ma vogliono ancora dormire nel lettone, la casa è fredda, la Storia ferisce la città, che continua a crescere a dismisura. Il tempo passa, come un vento che abbatte gli alberi, e Mevlut si risveglia senza il suo carretto, come un uomo sbarcato nel presente da un’altra era. Tutto si complica e cambia, come la città; Rayiha muore e le strade di Istanbul diventano lunghe come tunnel, «oscuri e senza fine». Ma l’amore è pronto rimettere in moto il cuore di Mevlut. E ciò che alla fine Mevlut cinquantenne ha da dire, lo dice alla città. Ed è una frase semplice, elettrica, fresca come questo romanzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Pamuk, il rapimento della sposa sbagliata, </em>Paolo Di Paolo<em>, La Stampa-Tuttolibri</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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