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	<title>Paolo Di Paolo &#187; Filippo Maria Battaglia</title>
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	<description>Uno che scrive</description>
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		<title>La forma di una scarpa</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2015 11:53:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[In Italia]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Indovinate a quando risalgono le seguenti parole: «Siamo un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia». Sono ritagliate da un quotidiano del 2010 o da una rivista di cent’anni prima? Soluzione troppo complicata, se già nel 1912 Benedetto Croce attaccava, dalle colonne della «Voce», certi «moralisti da caffè o da farmacia», pronti ad «annunziare e dimostrare che l’Italia sta per disgregarsi politicamente o fallire economicamente o dissolversi nella corruttela».<br />
Il grande filosofo aveva ragione o torto? Di sicuro non poteva prevedere la persistenza di un <em>Leitmotiv</em> che si sarebbe ostinatamente riprodotto negli anni a venire, prendendo la forma ora di disputa sull’identità in frantumi, <span id="more-224"></span>ora di polemica parlamentare sul crollo geopolitico italiano, ora di dibattito sul crepuscolo letterario e artistico dei nipoti di Dante e Michelangelo. Settant’anni dopo le parole di Croce, dal suo ‘esilio’ svizzero Giuseppe Prezzolini – descrivendo un Paese che «fa compassione e disperazione» – concludeva, senza mezzi termini: «Chi sarà il becchino dell’Italia?».<br />
Sulle colonne del «Corriere della Sera» – ma questa è davvero cronaca recente: luglio 2010 – Ernesto Galli della Loggia si è chiesto: «Da quanto tempo un libro, un film, un’architettura, una rappresentazione, insomma una cosa nuova pensata o fatta in Italia, non fa parlare di sé il mondo?»<br />
La retorica di una nazione in perpetua dissolvenza ha radici fin troppo lontane. Eppure non invecchia mai. Senso di inferiorità? Insicurezza? Dato caratteriale? Spiegare perché gli italiani, da sempre – come ha scritto Leonardo Sciascia – «così ossessivamente si interrogano, si ritraggono, si autoritraggono nella consapevolezza che non è colpa dello specchio se i loro nasi sono storti», è praticamente impossibile. La mole di articoli, pamphlet, saggi accademici che alimentano il patriottismo alla rovescia, è tale da fare spavento.<br />
In un libro del 1995 scritto con Indro Montanelli, <em>Eppur si muove. Cambiano gli italiani?</em>, Beniamino Placido spese una decina di pagine per stilare un elenco di proclami anti-italiani. Il periodo d’indagine? Appena un anno. Intellettuali pronti a fare le valigie, allenatori sportivi che remano contro la nazionale di calcio, sociologi di pessimo umore. E ancora:</p>
<p>«Il Messaggero» di Roma intervista (15 febbraio 1995) alcuni dei nostri scrittori più giovani, e più promettenti: «Noi ragazzacci dello zoo Italia». Riassume il senso delle loro risposte così: «Questo Paese è malato. Non ci piace, ma ci ridiamo su».<br />
<span style="line-height: 1.5;">Ancora: il cantautore rock Freak Antoni conferma (a «l’Unità», 19 dicembre 1994) un suo motto: «Che cosa ti vuoi aspettare da un Paese che ha la forma di una scarpa?».</span></p>
<p>Siamo sempre, da sempre, nello stesso recinto. Una nazione divisa tra chi inneggia alla buona cucina, ai musei a cielo aperto, all’arte di arrangiarsi e chi invece si impegna a demolire gli stereotipi di un’Italia giudicata immatura e provinciale. Il vasto campionario di categorie e di maschere con cui da secoli si è provato – e si continua tuttora – a definire l’identità nazionale come «carattere» sembra un fermo immagine. Pronto a rianimarsi soltanto nei sondaggi.<br />
<span style="line-height: 1.5;">Dagli anni Novanta all’altroieri, l’ampia percentuale di cittadini italiani orgogliosi di esserlo non ha subìto vistose oscillazioni. Né la difficoltà a spiegare, subito dopo, il perché. Le risposte sono evasive e sempre abbastanza prevedibili. A volte perfino un po’ imbarazzate: sillabe spezzate di un discorso confuso, che procede quasi a singhiozzo. Tra i mille esempi possibili, l’amore per la bandiera: quello che, dati alla mano, resta il più difficile da confessare. Colpa – scrive Michele Serra – della retorica risorgimentale e del rancore per cattivi maestri che insegnarono il valore di alcuni simboli insieme a parole obsolete, finite nei mesti bauli dell’Italietta di mezzo secolo fa. Nel rapporto con il tricolore si addensa così lo scetticismo di almeno tre generazioni, allenate e rassegnate ad amare questo Paese dicendone tutto il male possibile. Mentre, per chi compie diciott’anni adesso, il singhiozzo sull’italianità rischia di diventare uno sbadiglio. Forse non per spirito cosmopolita o istanze separatiste, ma piuttosto per semplice, banalissimo disinteresse. Difficile sentirsi italiani se l’eredità è una lunga storia di malumore. E perché mai farsi ancora carico di una staffetta tutta al negativo?</span></p>
<p>C’è tuttavia chi non smette di essere sorpreso – l’ha notato Beppe Severgnini – «davanti a questa nazione brillante che appare cinica e stanca». Tanto più se le dichiarazioni d’amore continuano a esserci recapitate, nonostante tutto, da lontani e insospettabili mittenti. Intanto, perché non mancano mai i turisti sentimentali: donne e uomini che – per come li ha raccontati Eugenio Montale nel 1946 – senza il nostro Paese sarebbero stati diversi. Avrebbero pensato, sentito i valori dell’esistenza in un altro modo, non importa quale. C’è poi l’Italia – la ricorda Dacia Maraini – «di figli e nipoti di emigranti che nello sforzo di integrarsi in Paesi difficili hanno perso la familiarità con la nostra lingua, ma si scoprono, alla terza o quarta generazione, innamorati delle loro radici». Infine, come non tenere conto soprattutto di chi rincorre un’Italia sogno e salvezza, di chi si mette a rischio per raggiungerla? E magari trova ad aspettarlo una stanza bianca e blu d’ospedale, come nel reportage di Ezio Mauro che chiude quest’antologia.<br />
A volte però l’approdo può essere ben più felice. Igiaba Scego, nata in Italia da genitori somali, è riuscita a rispondere alla domanda «Scusi, lei si sente italiana?» con un elenco che diverte e commuove. E spiazza qualunque italiano nato da genitori italiani. E se ripartissimo da qui?</p>
<p>Mi sento italiana quando: 1) faccio una colazione dolce; 2) vado a visitare mostre, musei e monumenti; 3) parlo di sesso e depressioni con le amiche; 4) vedo i film di Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Totò, Anna Magnani, Giancarlo Giannini, Ugo Tognazzi, Roberto Benigni, Massimo Troisi; 5) mangio un gelato da 1,80 euro con stracciatella, pistacchio e cocco senza panna; 6) mi ricordo a memoria tutte le parole del <em>5 maggio </em>di Alessandro Manzoni; 7) sento per radio o tv la voce di Gianni Morandi; 8) mi commuovo quando guardo negli occhi l’uomo che amo, lo sento parlare nel suo allegro accento meridionale e so che non ci sarà un futuro per noi; 9) inveisco come una iena per i motivi più disparati contro primo ministro, sindaco, assessore, presidente di turno; 10) gesticolo; 11) piango per i partigiani, troppo spesso dimenticati; 12) canticchio <em>Un anno d’amore</em> di Mina sotto la doccia; 13) faccio altre 100 cose, e chi se le ricorda tutte!</p>
<p>Al riparo da qualunque retorica, parole come queste sono scritte in italiano e tuttavia appartengono a una lingua nuova. Su un piano prima emotivo che intellettuale, senza gerarchie, tutto si mescola e di tutto si ha cura: ogni cosa è illuminata, e ribattezzata. Le maschere non sono più solo maschere, gli stereotipi non più stereotipi. Una giornata nel Paese a forma di scarpa può essere fatta anche di questo.</p>
<p>Oppure, di un tram che attraversa il cuore di Milano, un pomeriggio d’inverno. Due che insieme fanno cinquant’anni discutono di come sia difficile, da italiani, <em>diventare</em> italiani. Qualche mese dopo, sul tavolo di un caffè a Trastevere, il vento primaverile rischia di far volare via parecchie carte. Contengono voci di scrittori e giornalisti che sembrano voler fare di tutto per diventare o ri-diventare italiani: a malincuore, con allegria, con rabbia, con indignazione, con stupore, con disincanto. Qualche volta, perfino con ottimismo. Sarebbe un peccato non trattenerle. La risposta che daranno a un incombente «scusate, vi sentite italiani?», magari verrà fuori da lì. O magari da un paio di scarpe, che possono andarci larghe o strette, dipende anche dai giorni, o dai piedi. Però sono nostre e – volendo – portano lontano.</p>
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<p>Prefazione a <em><a href="http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&amp;Itemid=97&amp;task=schedalibro&amp;isbn=9788842094616" target="_blank">Scusi, lei si sente italiano?</a></em>, a cura di Filippo Maria Battaglia e Paolo Di Paolo, Laterza, 2010.</p>
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