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	<title>Paolo Di Paolo &#187; Proust</title>
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		<title>Sognare la Storia</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2015 11:26:21 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Le prime immagini: un valzer ballato sopra un cumulo di macerie; cappelli di paglia che diventano cuffie chiodate; carta, cumuli di carta – banconote, lettere – che si spostano, che viaggiano. <em>Istruzioni per non morire in pace</em> non nasce come un testo teatrale sulla Grande Guerra. Nasce piuttosto come un’indagine su un mondo – il mondo tra il 1914 e il 1918 – che precipita dentro una catastrofe. I personaggi sono lì, sul crepaccio: chi lavora alle poste, chi in fabbrica, chi prega Dio, chi viaggia e insegue ambizioni, chi recita, chi dipinge, chi spia, chi compila piani militari, chi scrive. Di ciascuno colpisce l’inconsapevolezza, un’ignoranza che è anche nostra, di tutti: l’ignoranza del futuro. Il futuro – per Lelo, per Berto, per Fernando, per l’Ufficiale, per Josephine, per Stefan Zweig o per Lev Trotsky – è poco più di una nube minacciosa. Mentre la tempesta si prepara,<br />
<span id="more-293"></span> loro – come noi – vivono, amano, progettano, sperano. Per qualcuno, dopo i decenni di una lunga pace europea, la guerra ha perfino il bagliore della Grande Occasione: economica, politica, esistenziale. Gente comune, anonima incrocia o sfiora la traiettoria biografica di personaggi consegnati alla Storia: uomini di potere, artisti, rivoluzionari. Ma tutti prendono parte allo stesso, drammatico destino: quello di veder crollare il mondo com’era, il mondo come lo conoscevano. Vanno in polvere vite, idee individuali e collettive, certezze private e pubbliche, vanno in polvere convinzioni, utopie, steccati sociali. Prima nel presagio e poi nell’eco assordante di questo crollo, si sviluppano le parti di questo trittico –  “Patrimoni”, “Rivoluzioni”, “Teatro” – autonome e complementari. Il tentativo, per via teatrale, di una debordante, chiassosa, disperata e vitalissima foto di gruppo sull’orlo del baratro, un dagherrotipo affollato e mosso – rubato un istante prima del buio.<br />
Già in altre occasioni, ho lavorato su tessere di una possibile contro-storia emotiva dell’Italia novecentesca. Non tanto per sapere come siano andate <em>realmente</em> le cose, né come siano state registrate dai giornali, ma dai cuori, e quali segni abbiano lasciato nei ricordi di tutti. È venuto naturale, perciò, partire da diari, testimonianze dirette, lettere: vite di uomini illustri e non illustri che hanno lasciato, da qualche parte, un segno scritto. Il filo drammaturgico – la storia di una famiglia comune – si è intrecciato a infiniti altri: in un’alleanza tra finzione pura e documento che ha reso il testo uno straripante <em>patchwork</em>. Mi piaceva l’idea di far passare, che so, il personaggio Berto nei dintorni del caffè parigino dove viene ucciso – nell’ultima sera di luglio del 1914 – il leader socialista Jean Jaurès.<br />
Nei suoi saggi più discussi, lo storico Hayden White si dice convinto che la storia non sia una scienza esatta, e per questo difende il passaggio dalla realtà alla narrazione. La Storia nella forma di una storia non toglie niente alla verità, sostiene. Si fa soccorrere da una vecchia conferenza di Gertrude Stein per dire che un evento è soltanto «una esteriorità priva di interiorità»: qualunque racconto perciò prevede una interiorità, anche la più asettica delle testimonianze. Un racconto non è la realtà, certo, ma una somma di racconti può probabilmente fornirci «una percezione realistica» di un evento storico. Ecco perché lo storico White non intende sbarazzarsi di cinema e letteratura. Anzi: certi romanzi di Mario Vargas Llosa o di E.L. Doctorow sono forse «meno veri per il fatto di essere prodotti di fantasia»? Ho pensato più volte, scrivendo, proprio a <em>Ragtime</em> di Doctorow: in una New York primo Novecento in piena trasformazione, lo scrittore fa incrociare i destini di Henry Ford e del mago Houdini, di un pianista afroamericano e di una modella di nudo finita nella cronaca nera. Don DeLillo ha scritto che, nei romanzi del collega, le semplici vite si caricano del passo della Storia. Si può ottenere lo stesso effetto anche a teatro?<br />
Un effetto che volevo fosse di sogno, se possibile. Il mio sogno della Storia. Il sogno da svegli, o il sogno-incubo che costringe a svegliarsi. La descrizione che Stefan Zweig fa di un «mondo senza sonno» in un articolo scritto nell’estate 1914, mi ha guidato. Scrive Zweig: «Ora l’umanità tutta è agitata, di notte come di giorno, un impellente, spaventoso stato di veglia sfavilla tra i sensi eccitati di milioni di persone, il destino penetra invisibile tra le migliaia di finestre e porte, e scaccia il sopore, scaccia l’oblio da ogni giaciglio. Più breve è ora il sonno del mondo, più lunghe le notti e più lunghi i giorni». Ho cominciato a scrivere spiando i sogni diurni di Lelo, la sua ambizione di attore; il sogno di Berto, aspirante pittore; il grandioso sogno dell’acciaieria dei fratelli Gottardi, ma anche i sogni di Trotsky o di Jaurès, di d’Annunzio o di Proust che li racconta nelle prime pagine del suo grande romanzo. E Berto stesso sogna Freud che parla di sogni, di soldi, di merda. Nei sogni notturni, invece, abbondano presagi sinistri. A Suor Maria appaiono i suoi due fratelli in divisa militare. I Gottardi vedono crollare la loro impresa. A Berto, chissà perché, appare Sarah Bernhardt in volo su una seggiola. Così, di sogno in sogno, si è alimentata la visione di un mondo che sognava un futuro luminoso e carico di promesse. Non va come era lecito sperare. Anche i sogni della politica sembrano stonati: le magnifiche sorti vengono sbarrate dalla congiura dell’Irrimediabile. Le colpe si sfarinano, evaporano nel fragore dei cannoni. Ma qualcuno va incontro a quei lampi e a quei tuoni come a un sogno di gloria. E poi? Le coscienze dei sopravvissuti saranno assediate, nei sogni, dalle voci dei soldati uccisi? Sarà facile, per i sopravvissuti alla guerra, morire in pace? Avranno nuovi sogni? E noi?</p>
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<p><em>Istruzioni per non morire in pace, </em>Paolo di Paolo<em>, </em>regia Claudio Longhi, testo pubblicato da Edizioni di Storia e Letteratura, <em>2015.</em></p>
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		<title>La miracolosa stranezza di essere vivi</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2015 11:09:32 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>[…] Sembra che sia capitato un po&#8217; tutto mentre battevo a macchina.<br />
Certe mattine si sveglia e pensa questo: è capitato tutto mentre battevo a macchina. La vita, insomma. C&#8217;era la guerra, c&#8217;era da stare all&#8217;erta, alla prima piccola pausa gli altri giocavano a carte, io battevo a macchina. Jerry, mi sentivo chiamare, piantala di scrivere una buona volta. E tutto il resto: i matrimoni, i figli che nascevano. Nascevano mentre stavo battendo a macchina. Papà deve lavorare, mi trovavo a dire – ed erano già grandi, davo un altro pugno sul tavolo ed erano già andati via. La casa somigliava a un acquario asciutto. <span id="more-283"></span>Poteva capitare di sentirsi violentati dalle lunghissime ore che precedono il mezzogiorno come da uno strumento di tortura –<br />
una cremagliera che avrebbe potuto tendere il corpo fino a smembrarlo.<br />
Quando accadeva questo, gli veniva voglia di uscire: scendere di corsa in strada, per riprecipitare nel movimento e nel rumore, e tornando a esserne parte sapere che niente aveva smesso di esistere, niente era nella realtà sparito, a differenza delle idee nella sua testa. Tutto era lì: più incredibilmente vivo di quanto non lo ricordasse fissando la parete ricoperta di foglietti come una teca di farfalle. Dannarsi a dare ordine, a tenere uno stupido filo tra cose, tra fatti, tra voci, quando avrebbe solo dovuto trascrivere, così come gli arrivavano all&#8217;orecchio, le parole di una vecchia sottile come un fuso, che si piega verso il pensionato grosso seduto sulla panchina: vegliate, ha detto il Signore, perché non sapete né il giorno e né l&#8217;ora. Il pensionato la osserva in silenzio, poi dice: la religione è la rovina del mondo. La vecchia sottile chiede perché, quasi in allarme. Il pensionato non le risponde, gira la testa dall&#8217;altra parte, guarda lontano. Poi bastava un passo e c&#8217;era il camion del pesce: avrebbe spinto l&#8217;immaginazione fin dove era possibile, fino al piatto con il merluzzo già cucinato dietro una qualunque di queste finestre, fino all&#8217;odore che si è sparso in cucina mentre comincia il notiziario della sera. E delle felpe ancora nel cellophane, le felpe a buon prezzo mescolate alla biancheria nelle gabbie di ferro del mercato, anche delle felpe si sarebbe domandato il destino, fino alla stanza di una ragazza che rabbrividisce e accosta il naso al tessuto scadente – il profumo di chi l&#8217;ha stretta un&#8217;ora fa non è ancora svanito.[…]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Devo ricordarmi di raccontarti un po&#8217; di cose, quando ci vedremo. Dell&#8217;incendio del &#8217;92 ti ho raccontato per bene? I manoscritti si sono salvati, i miei due levrieri no. Li ho chiamati nel bosco, ho fischiato per tutta la notte, ma niente. Speravo che fossero scappati in tempo. Ti risparmierò invece le grane che continuano a piovermi addosso dai soliti seccatori, biografi, giornalisti. Ho bloccato un libro su di me, ho detto all&#8217;autore che mi era difficile tollerare l&#8217;ennesima intrusione nella mia vita privata, che erano ormai talmente numerose da non poterle sopportare più. Non nell&#8217;arco di una vita, almeno. Mi sono trovato davanti a un giudice che mi chiedeva cose ridicole, tipo se avessi scritto ancora qualcosa negli ultimi vent&#8217;anni, cose che non fossero state pubblicate, gli ho risposto: naturalmente sì, e lui insisteva: può descrivermele? Sarebbe difficile, gli ho detto. Ma lui insisteva, domandava se fossero romanzi, racconti, o cosa, allora ho perso la pazienza e gli ho detto: senta, io comincio a scrivere e vedo quello che succede, tutto qui. L&#8217;unica descrizione che possa darle è questa: opere di narrativa. Pronte per la pubblicazione?, ha chiesto. Non ho risposto più, ne avevo abbastanza.<br />
Cosa vuol dire pronte-per-la-pubblicazione, Donald? Ma che modo è di ragionare? Cosa c&#8217;entra scrivere con la pubblicazione? Trovare il modo di scrivere senza preoccuparsi della pubblicazione, che è solo una stupida seccatura, questo sarebbe il meglio per uno scrittore. Eviteresti che qualcuno venga a chiederti di parlare del tuo mestiere. Ma perché ai postini non lo chiede nessuno? E agli impiegati del catasto? Quando gli chiedono di parlare del proprio mestiere, uno scrittore dovrebbe alzarsi in piedi e limitarsi a dire a voce alta i nomi degli scrittori che ama. Kafka, Flaubert, Tolstoj, Cechov, Dostoevskij, Proust, Rilke, Keats. Nient&#8217;altro. Emily Brontè, Henry James. Rimbaud. Nessun vivente, non credo sia giusto.<br />
A volte mi capita di svegliarmi di notte – capita anche a te, Donald? – e mi aggiro come un fantasma nel mio studio. Le cartelle cliniche ormai sono più numerose delle recensioni degli anni d&#8217;oro. Non che me ne importasse granché. Gente che pattinava sull&#8217;invidia, perlopiù. In certi istanti ho come la sensazione di poter capire la vergogna dei miei figli all&#8217;idea di avere un padre scrittore. E continuo a pensare con orrore ai dottorandi che un giorno metteranno mano nelle mie carte, finché non mi addormento sulla poltrona. Mi sveglio quando è l&#8217;alba. Mi piace pensare intensamente alle città del mondo, al rumore, alla luce, al movimento, allo scintillio, alla stranezza di tutta questa gente che vive e si ignora e sembra avere una destinazione precisa. E penso, in tutto questo non c&#8217;è traccia di me. O forse sì, tra le mani di un ragazzino con la musica nelle orecchie, in un vagone della metropolitana, che legge quel mio proverbiale romanzo, senza il desiderio di cercarmi, senza neanche sapere se sono morto o no. […]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da <em><a href="http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/la-miracolosa-stranezza-di-essere-vivi/" target="_blank">La miracolosa stranezza di essere vivi</a>, </em>Paolo Di Paolo, Feltrinelli Zoom, 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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