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	<title>Paolo Di Paolo &#187; Salinger</title>
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	<description>Uno che scrive</description>
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		<title>La miracolosa stranezza di essere vivi</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2015 11:09:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[[…] Sembra che sia capitato un po&#8217; tutto mentre battevo a macchina. Certe mattine si sveglia e pensa questo: è capitato tutto mentre battevo a macchina. La vita, insomma. C&#8217;era (<a title=" La miracolosa stranezza di essere vivi" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2015/12/05/la-miracolosa-stranezza-di-essere-vivi/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[…] Sembra che sia capitato un po&#8217; tutto mentre battevo a macchina.<br />
Certe mattine si sveglia e pensa questo: è capitato tutto mentre battevo a macchina. La vita, insomma. C&#8217;era la guerra, c&#8217;era da stare all&#8217;erta, alla prima piccola pausa gli altri giocavano a carte, io battevo a macchina. Jerry, mi sentivo chiamare, piantala di scrivere una buona volta. E tutto il resto: i matrimoni, i figli che nascevano. Nascevano mentre stavo battendo a macchina. Papà deve lavorare, mi trovavo a dire – ed erano già grandi, davo un altro pugno sul tavolo ed erano già andati via. La casa somigliava a un acquario asciutto. <span id="more-283"></span>Poteva capitare di sentirsi violentati dalle lunghissime ore che precedono il mezzogiorno come da uno strumento di tortura –<br />
una cremagliera che avrebbe potuto tendere il corpo fino a smembrarlo.<br />
Quando accadeva questo, gli veniva voglia di uscire: scendere di corsa in strada, per riprecipitare nel movimento e nel rumore, e tornando a esserne parte sapere che niente aveva smesso di esistere, niente era nella realtà sparito, a differenza delle idee nella sua testa. Tutto era lì: più incredibilmente vivo di quanto non lo ricordasse fissando la parete ricoperta di foglietti come una teca di farfalle. Dannarsi a dare ordine, a tenere uno stupido filo tra cose, tra fatti, tra voci, quando avrebbe solo dovuto trascrivere, così come gli arrivavano all&#8217;orecchio, le parole di una vecchia sottile come un fuso, che si piega verso il pensionato grosso seduto sulla panchina: vegliate, ha detto il Signore, perché non sapete né il giorno e né l&#8217;ora. Il pensionato la osserva in silenzio, poi dice: la religione è la rovina del mondo. La vecchia sottile chiede perché, quasi in allarme. Il pensionato non le risponde, gira la testa dall&#8217;altra parte, guarda lontano. Poi bastava un passo e c&#8217;era il camion del pesce: avrebbe spinto l&#8217;immaginazione fin dove era possibile, fino al piatto con il merluzzo già cucinato dietro una qualunque di queste finestre, fino all&#8217;odore che si è sparso in cucina mentre comincia il notiziario della sera. E delle felpe ancora nel cellophane, le felpe a buon prezzo mescolate alla biancheria nelle gabbie di ferro del mercato, anche delle felpe si sarebbe domandato il destino, fino alla stanza di una ragazza che rabbrividisce e accosta il naso al tessuto scadente – il profumo di chi l&#8217;ha stretta un&#8217;ora fa non è ancora svanito.[…]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Devo ricordarmi di raccontarti un po&#8217; di cose, quando ci vedremo. Dell&#8217;incendio del &#8217;92 ti ho raccontato per bene? I manoscritti si sono salvati, i miei due levrieri no. Li ho chiamati nel bosco, ho fischiato per tutta la notte, ma niente. Speravo che fossero scappati in tempo. Ti risparmierò invece le grane che continuano a piovermi addosso dai soliti seccatori, biografi, giornalisti. Ho bloccato un libro su di me, ho detto all&#8217;autore che mi era difficile tollerare l&#8217;ennesima intrusione nella mia vita privata, che erano ormai talmente numerose da non poterle sopportare più. Non nell&#8217;arco di una vita, almeno. Mi sono trovato davanti a un giudice che mi chiedeva cose ridicole, tipo se avessi scritto ancora qualcosa negli ultimi vent&#8217;anni, cose che non fossero state pubblicate, gli ho risposto: naturalmente sì, e lui insisteva: può descrivermele? Sarebbe difficile, gli ho detto. Ma lui insisteva, domandava se fossero romanzi, racconti, o cosa, allora ho perso la pazienza e gli ho detto: senta, io comincio a scrivere e vedo quello che succede, tutto qui. L&#8217;unica descrizione che possa darle è questa: opere di narrativa. Pronte per la pubblicazione?, ha chiesto. Non ho risposto più, ne avevo abbastanza.<br />
Cosa vuol dire pronte-per-la-pubblicazione, Donald? Ma che modo è di ragionare? Cosa c&#8217;entra scrivere con la pubblicazione? Trovare il modo di scrivere senza preoccuparsi della pubblicazione, che è solo una stupida seccatura, questo sarebbe il meglio per uno scrittore. Eviteresti che qualcuno venga a chiederti di parlare del tuo mestiere. Ma perché ai postini non lo chiede nessuno? E agli impiegati del catasto? Quando gli chiedono di parlare del proprio mestiere, uno scrittore dovrebbe alzarsi in piedi e limitarsi a dire a voce alta i nomi degli scrittori che ama. Kafka, Flaubert, Tolstoj, Cechov, Dostoevskij, Proust, Rilke, Keats. Nient&#8217;altro. Emily Brontè, Henry James. Rimbaud. Nessun vivente, non credo sia giusto.<br />
A volte mi capita di svegliarmi di notte – capita anche a te, Donald? – e mi aggiro come un fantasma nel mio studio. Le cartelle cliniche ormai sono più numerose delle recensioni degli anni d&#8217;oro. Non che me ne importasse granché. Gente che pattinava sull&#8217;invidia, perlopiù. In certi istanti ho come la sensazione di poter capire la vergogna dei miei figli all&#8217;idea di avere un padre scrittore. E continuo a pensare con orrore ai dottorandi che un giorno metteranno mano nelle mie carte, finché non mi addormento sulla poltrona. Mi sveglio quando è l&#8217;alba. Mi piace pensare intensamente alle città del mondo, al rumore, alla luce, al movimento, allo scintillio, alla stranezza di tutta questa gente che vive e si ignora e sembra avere una destinazione precisa. E penso, in tutto questo non c&#8217;è traccia di me. O forse sì, tra le mani di un ragazzino con la musica nelle orecchie, in un vagone della metropolitana, che legge quel mio proverbiale romanzo, senza il desiderio di cercarmi, senza neanche sapere se sono morto o no. […]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da <em><a href="http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/la-miracolosa-stranezza-di-essere-vivi/" target="_blank">La miracolosa stranezza di essere vivi</a>, </em>Paolo Di Paolo, Feltrinelli Zoom, 2012.</p>
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		<title>J.D. Salinger, &#8220;Nove racconti&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Apr 2013 10:15:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Gente di Dublino di Joyce]]></category>
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		<category><![CDATA[Quarantanove racconti di Hemingway]]></category>

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		<description><![CDATA[Spesso va così. Quando escono libri destinati a cambiare la storia della letteratura, sulle prime se ne accorgono in pochi. È la primavera del 1953: l’editore britannico cerca di convincere (<a title=" J.D. Salinger, &#8220;Nove racconti&#8221;" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2013/04/26/j-d-salinger-nove-racconti/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Spesso va così. Quando escono libri destinati a cambiare la storia della letteratura, sulle prime se ne accorgono in pochi. È la primavera del 1953: l’editore britannico cerca di convincere uno scrittore americano a modificare il titolo <span id="more-289"></span>della sua nuova opera. È una raccolta di racconti, e lo scrittore americano vorrebbe intitolarla semplicemente <em>Nine stories</em>, nove storie. «Sarebbe il più grande handicap che si possa dare a un nuovo libro e speriamo sinceramente che tu non voglia fare sul serio», scrive l’editore all’autore. Il quale alla fine si convince, fa un’eccezione per l’edizione inglese e accetta che il suo libro esca con il titolo <em>Per Esmé: con amore e squallore, e altre storie</em>, per poi pentirsene appena lo vedrà stampato. Le prime tirature sono contenute. Le prime recensioni non sprizzano entusiasmo. Uno scrittore prigioniero della propria intelligenza, scrive qualcuno. Ad altri sembra «fin troppo abile».<br />
<em>Nine stories</em> – pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo <em>Nove racconti </em>nella splendida traduzione di Carlo Fruttero – non raggiungerà mai la fama e la diffusione del libro precedente di J.D. Salinger. D’altra parte, <em>The Catcher in the Rye</em> – noto da noi come <em>Il giovane Holden</em> – avrebbe conquistato negli anni Sessanta la palma di romanzo più letto al mondo. Quel ragazzino fragile e strafottente raccontava la propria adolescenza con una voce così libera e anticonformista da avviarsi a diventare un simbolo. Avrebbe elettrizzato parecchie generazioni, questo modo spiccio, ispido e poetico di raccontarsi. Holden ha avuto perciò parecchi – perfino troppi – figliocci letterari: quello che i critici chiamano romanzo di formazione, senza lui di mezzo, avrebbe avuto una storia diversa. Ma se <em>Il giovane Holden</em> è un mito giovanile (l’assassino di John Lennon ne aveva una copia nella borsa quel fatidico giorno), i <em>Nove racconti</em> pubblicati nel maggio di sessant’anni fa sono forse qualcosa di più: un modello inarrivabile di scrittura.<br />
Tra le storie pubblicate sulle migliori riviste letterarie americane (<em>New Yorker</em>, Harper’s) dalla fine degli anni Quaranta, Salinger seleziona nove testi, e con questo semplice gesto si lascia alle spalle, in un colpo, <em>Gente di Dublino</em> di Joyce e i <em>Quarantanove racconti</em> di Hemingway. E dire che in una lettera del ’46, Salinger aveva manifestato a Hemingway la propria ammirazione, definendosi «Presidente dei tuoi tanti fan club». In realtà riesce a superarlo, a scalfire con disinvoltura il suo primato di autore di short-story. Lo fa raccontando vicende di un’umanità che cerca di riprendersi dal trauma della Seconda guerra mondiale (lui stesso era stato al fronte), gente che tenta di tornare alla vita ma non ci riesce. Nel primo dei <em>Nove racconti</em>, <em>Un giorno ideale per i pescibanana</em>, appare un uomo reso irriconoscibile dall’esperienza della guerra: lo vediamo parlare sulla spiaggia con la bambina Sybil come fosse un suo compagno di giochi. Pronuncia frasi quasi incomprensibili, un po’ morbose, allarmanti. Sybil a un certo punto corre via. Lui rientra in albergo e si spara alla tempia destra. È un capolavoro di tenerezza – «una tenerezza tutta speciale», direbbe l’autore – e di mistero: Salinger non spiega mai troppo; ci getta in un punto qualsiasi della storia, tagliando e accostando scene con l’abilità di un montatore cinematografico. Si arriva alla fine del racconto con la sensazione di non aver capito tutto, di aver capito molto meno di quanto si potrebbe capire. Come nella vita. Passano davanti ai nostri occhi stupefatti squadre di baseball, bambini che scappano di casa, ragazzine che parlano con il loro amico invisibile detto Jimmy Jimmirino, aspiranti artisti che millantano di avere conosciuto Picasso, un soldato americano che parla fittamente con una bambina in un bar. Lei si chiama Esmé: «Aveva i capelli fradici, da cui trapelavano i padiglioni delle orecchie». Parla in modo strano, come un’adulta in miniatura. Chiede al soldato di scrivere un racconto «esclusivamente» per lei: «Lo scriva molto squallido e commovente». Infine, gli augura di tornare dalla guerra «con tutte le sue facoltà intatte».<br />
Forse i veri, grandi protagonisti dei <em>Nove racconti</em> sono proprio i bambini: Salinger li mette sotto una lente d’ingrandimento, ce ne mostra i dettagli più buffi e disarmanti, gli istanti in cui si assentano e quelli in cui, con curiosità, con ostinazione, talvolta con cattiveria, chiedono udienza al mondo e lo giudicano. Prova a entrare nella loro testa, a tradurre la personalissima logica che essa produce. Li osserva con la perizia di un entomologo e con il trasporto di un padre che non è mai cresciuto del tutto. Che anzi vorrebbe restare, con loro, là nell’infanzia – dove resta tutto ciò che perdiamo. Nell’ultimo, bellissimo racconto, <em>Teddy</em>, un bambino prodigio, carico di sapienza Zen, parla come un oracolo e spiega: «La gente crede che le cose finiscano a un certo punto. E invece no. (…) Se le cose sembra che finiscano a un certo punto, è solo perché la gente di solito non le sa guardare che in quel modo». Cosa vuole dirci Teddy? E Salinger?<br />
Nel novembre del ’53, due liceali chiedono allo scrittore un’intervista per il giornale della scuola. Lui accetta di buon grado («Erano state gentili»). L’intervista viene passata a un grande quotidiano. Salinger vive l’episodio come un affronto e un tradimento. Da allora non concederà più interviste, chiuderà le porte della sua casa di Cornish, nel New Hampshire, e lascerà fuori il mondo. Di lì a dieci anni, smetterà anche di pubblicare. Diventa così un leggendario artista della sparizione. Ma d’altra parte, in quella lettera scritta a Hemingway a ventisette anni, si era fatto sfuggire una frase: «Lontano dalla scena, è molto più facile pensare chiaramente. Con il tuo lavoro, voglio dire».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I nove racconti, rebus popolati da giovanissimi Holden</em>, Paolo Di Paolo, <em>la Repubblica &#8211; il Venerdì</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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