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	<title>Paolo Di Paolo &#187; truman capote</title>
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		<title>Le parentesi</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Nov 2020 22:04:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Paolo Di Paolo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La differenza tra un ottimo stile e la vera arte è sottile ma feroce. T.C., Musica per camaleonti Gli scrittori, di solito, sanno fare bene due o tre cose. Affinare una (<a title=" Le parentesi" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2020/11/03/le-parentesi/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;">La differenza tra un ottimo stile e la vera arte è sottile ma feroce.</p>
<p style="font-weight: 400;">T.C., <em>Musica per camaleonti</em></p>
<p style="font-weight: 400;">Gli scrittori, di solito, sanno fare bene due o tre cose. Affinare una tecnica, avere un mestiere significa, in fondo, sfruttare al meglio le proprie qualità evitando di mostrare troppo i propri limiti. Ciò che fa la differenza, intanto, è riconoscerli. È raro, comunque, che si abbia una tastiera stilistica illimitata: l’autore dotato nella costruzione delle trame spesso è debole altrove; il grande romanziere non sempre riesce a scrivere un buon pezzo giornalistico; l’abile, poetico descrittore inciampa nella credibilità dei dialoghi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Un libro come questo, un libro come <em>Musica per camaleonti</em>, certifica l’eccezione: se fosse il frutto dell’allievo di un corso di scrittura, se fosse la raccolta dei suoi “compiti”, mostrerebbe una duttilità impressionante e tutt’altro che comune. Ma in verità l’allievo e il maestro qui sono la stessa persona: Truman Capote impara da Truman Capote. Truman Capote è messo alla prova da Truman Capote.</p>
<p style="font-weight: 400;">«Ho cominciato a scrivere a otto anni: di punto in bianco, senza un esempio ispiratore», annuncia nella prefazione lo stesso scrittore, con il tono apodittico e un po’ civettuolo che spesso è il suo timbro. D’altra parte, è inconfutabile il talento precoce e selvaggio di questo ragazzino autodidatta nato a New Orleans e cresciuto in Alabama senza genitori. Però un conto è il talento, anche quando esuberante; un conto è esordire con un romanzo delicato e struggente come <em>Altre voci, altre stanze </em>e essere, quasi vent’anni dopo, l’autore di <em>A sangue freddo</em>. Scrivere una storia lieve, quasi frivola e indimenticabile come <em>Colazione da Tiffany</em> e imbarcarsi nell’impresa acida, cupa e autodistruttiva di <em>Preghiere esaudite</em>.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nelle pagine di <em>Musica per camaleonti</em> – a tutti gli effetti una smagliante auto-antologia – Capote mette in sequenza tutti i Capote possibili, i frutti del suo lungo «noviziato all’altare della tecnica, del mestiere», il corpo a corpo con «le diaboliche complessità dei paragrafi, della punteggiatura, del dialogo». Si rappresenta nei panni scomodi e tormentati del condannato al genio – «Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta» – ma al lettore resta invece la sensazione di una sconcertante naturalezza.</p>
<p style="font-weight: 400;">Quando enumera, sempre in un passaggio della prefazione, i generi di scrittura sperimentati nel corso degli anni – racconti, saggi e ritratti, lavori teatrali, copioni cinematografici, reportage – sta anche offrendo una sorta di indice di questo volume. Di più: segnala le forme, quindi gli ingredienti, che riesce a introdurre più o meno in ogni testo – facendo diventare, mettiamo, il bellissimo ritratto di Marilyn Monroe un racconto e allo stesso tempo un saggio, un’opera teatrale, un copione cinematografico, un reportage. «Uno scrittore» sostiene Capote, «dovrebbe avere tutti i suoi colori, tutte le sue capacità a disposizione sulla medesima tavolozza per poterli mescolare (e nei casi opportuni applicarli simultaneamente)». Qui, fingendo di provare a farlo, lui ci riesce.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’attacco, con la scena del funerale di Constance Collier, una vecchia diva diventata maestra di recitazione, è da reportage, così come alcune immagini di Manhattan, della Bowery, «i minuscoli banchi di pegno e sedi per donatori di sangue e dormitori con cucce da cinquanta centesimi e alberghetti miseri con letti da un dollaro e bar per bianchi, bar per neri, dappertutto barboni…». Il dialogo con Marilyn è un’intervista e insieme una pièce teatrale, con tanto di didascalie: «Marilyn <em>(riparandosi il viso con la borsetta)</em>…». E c’è il cinema, quando Capote definisce con esattezza l’inquadratura: «la vista di un traghetto ormeggiato, il profilo di Brooklyn al di là dell’acqua, i gabbiani che volteggiavano e danzavano bianchi contro un orizzonte marino striato da sottili nubi fioccose fragili come trina…». Lo spirito complessivo del pezzo è quello di chi prova a forzare i limiti del giornalismo, fino a farlo diventare un genere poetico (il «giornalismo come forma di arte in sé»). Capote fa precipitare sulla pagina l’inconsistenza delle conversazioni quotidiane, fa brillare la loro banalità, rende ritmica l’esitazione, l’incertezza. Ricostruisce drammaturgicamente la situazione, con estrema – apparente – fedeltà, e in verità reinventandola maestosamente.</p>
<p style="font-weight: 400;">I segni più imponenti, in testi come quello su Marilyn, sembrano essere le parentesi: Capote se ne serve come di uno specialissimo “a parte”. Sottolinea un dettaglio, evidenzia un gesto. E solo alla lunga ti accorgi che sta travasando in quello spazio la sua propria voce: è lì il suo commento, la sua interpretazione, il referto del suo pensiero, il <em>voice over </em>che indirizza il lettore/spettatore, che lo spinge verso l’emozione che Capote vuole che provi. Nel finale del racconto dialogato con Marilyn, poco prima di chiudere il cerchio con un colpo da maestro, scrive – fra parentesi:</p>
<p><em>(La luce andava calando. Lei pareva dissolversi con essa, fondendosi col cielo e le nubi, svanendo ancora oltre. Io volevo alzare la voce superando le strida dei gabbiani e richiamarla: Marilyn! Marilyn, perché doveva andare tutto come è andato? Perché la vita dev’essere un tale schifo?)</em><em> </em></p>
<p style="font-weight: 400;">Né Marilyn può rispondere, né Capote pronuncia davvero quella domanda. «Volevo alzare la voce»: lo fa, ma su carta. Il <em>voice over </em>sale dunque di tono, e le strida dei gabbiani, le nubi, l’attrice fragile su un molo, tutto sembra così intensamente, insopportabilmente esatto. Tanto più rispetto a quella domanda potenziale, bloccata sulle labbra, rimasta senza risposta – posta lì a indicarci il cuore del sentimento che Capote ha di Marilyn, il sentimento che desidera abbia il lettore: «Perché doveva andare tutto come è andato? Perché la vita dev’essere un tale schifo?». Da dove parla Capote? Da dove scrive? Da dopo, e dall’alto. L’ambientazione effettiva è l’aprile del ’55, ma risulta via via dolorosamente evidente che il personaggio e la persona sono già dissolti, svaniti «ancora oltre».</p>
<p style="font-weight: 400;">La varietà – in questo libro camaleontico sin dal titolo – è anche contenutistica. C’è il ritratto di una splendida settantenne dai capelli argentei che racconta cose curiose – il suo giardino invaso da gigantesche farfalle notturne, i camaleonti che si affollano ad ascoltare una sonata di Mozart. C’è la storia di una giornata trascorsa in compagnia di una donna delle pulizie; la vicenda di un membro della banda criminale di Charles Manson. C’è la «cronaca vera di un delitto americano», <em>Bare intagliate a mano</em>, che funziona quasi come uno spin-off di <em>A sangue freddo, </em>più sadico e forse anche più inquietante. Anche in questo caso, reportage, teatro, cinema. Le parentesi, naturalmente. E inattesi rimandi alla propria storia, lampi di vissuto: «Era estate, e io avevo cinque anni, stavo presso certi parenti in una cittadina dell’Alabama…».</p>
<p style="font-weight: 400;">Gli affondi autobiografici, che altrove danno corpo a racconti carichi di tenerezza e di dolore (penso per esempio all’ultimo in assoluto, <em>Un Natale</em>, scritto poco prima di morire), qui diventano parte di un sistema congegnato in modo che ogni soggetto narrativo, rivelando qualcosa di sé, riveli qualcosa di chi ne sta scrivendo. Così, nel racconto “Barbagli”, la signora Ferguson cui Capote intende confidare un suo segreto, rivelandosi, rivela gli affanni del giovane Truman. Il quale le si confida, mentre il cuore fa scherzi strani. «Era come se nelle ultime ore avessi corso per cento chilometri e avessi vissuto mille anni». Truman confessa alla signora Ferguson, quella donna curiosa e un po’ sciocca che pareva avesse poteri magici, che gli piacerebbe fare il ballerino di tip tap, scappare via e andare a Hollywood per tentare la strada del cinema. Ma non solo questo:</p>
<p style="font-weight: 400;">«Non voglio essere un ragazzo. Voglio essere una bambina.»</p>
<p style="font-weight: 400;">Iniziò con un suono strano, un gorgoglio strozzato che dal fondo della sua gola risalì in una risata. Le sue labbra sottili si tesero e si allargarono; uno scroscio ubriaco di risa le fiottò dalla bocca come vomito, quasi investendomi… una risata che aveva l’odore acre del vomito.</p>
<p style="font-weight: 400;">«La prego, la prego. Signora Ferguson, lei non capisce. Io sono molto preoccupato. Continuamente. C’è qualcosa che non va. Per favore. Cerchi di capire.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il finale è spiazzante, ancora volta carico di tenerezza e di dolore. Mentre rivela ancora qualcosa della signora Ferguson, rivela di nuovo qualcosa di Capote.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nell’ultimo testo, il più giocoso e forse il più disperato, l’autore dialoga con sé stesso, T.C. parla con T.C. Lo interroga, lo provoca, lo sfida. Parla di masturbazione, di insonnia, di forti avversioni, di simpatie (anche per i trapassati: Proust, Sarah Bernhardt, Oscar Wilde, Agatha Christie), di paure («rospi veri in giardini immaginari», tradimenti, abbandoni). Così qui è davvero Truman Capote a svelare Capote, a civettare fra sé e sé, a prendersi in giro e molto sul serio allo stesso tempo («Sono un alcolizzato. Sono un tossicomane. Sono un omosessuale. Sono un genio»), a confessare il desiderio di svegliarsi una mattina «e sentirmi finalmente una persona adulta, svuotata di risentimenti», a parlare di Dio, di come viene sciupata la fede, della solitudine più abissale. Ma la parte più bella è il lungo inciso, una parentesi senza parentesi, sul primo incontro con una scrittrice già molto affermata.</p>
<p style="font-weight: 400;">New York Society Library, Settantanovesima, 1942. Una giornata di neve, una signora con gli occhi azzurri che dice al ragazzo sconosciuto: «Crede che una tazza di cioccolata gioverebbe?». I due cominciano a parlare. Lui le racconta di sé – il sogno di fare lo scrittore. Lei gli chiede quali scrittori americani ama leggere. Lui cita anche Willa Cather. E non sa di avere davanti Willa Cather.</p>
<p style="font-weight: 400;">Come tutti gli autentici conversatori, era un’ottima ascoltatrice, e quando era il suo turno di parlare non era mai verbosa ma puntuale e stringata. Una volta mi disse che ero troppo sensibile alle critiche. In realtà lei era più sensibile di me agli appunti critici; ogni accenno negativo alla sua opera provocava un calo di umore. Quando glielo feci notare lei rispose: «Sì, ma non è forse vero che ricerchiamo continuamente i nostri difetti negli altri e glieli rimproveriamo? Io sono un essere umano. Ho i piedi d’argilla. Senz’altro.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>(Prefazione alla nuova edizione Garzanti)</em></p>
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		<title>La formazione dello scrittore</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2015 11:13:33 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì 7 settembre 1990 &#8211; la scuola non è ancora iniziata &#8211; scendo in cucina all&#8217;ora di pranzo. Ho da poco compiuto sette anni. Scendo con un paio di fogli strappati a un&#8217;agenda di mio padre rimasta inusata. Dico che si tratta del primo numero di un giornale che ho appena fondato, Il Menù. Conterrà il menù del giorno e alcuni pensieri. Lo porterò avanti a intermittenza fino quasi all&#8217;adolescenza.</p>
<p>Mercoledì 22 dicembre 1993 torno da scuola, è l&#8217;ultimo giorno prima delle vacanze di Natale, cerco nella cassetta della posta, come sempre, la copia di <em>Topolino</em>. Non c&#8217;è, arriva sempre e maledettamente il venerdì, a volte il sabato.<span id="more-310"></span> La mia settimana ruota intorno a quel giornale di fumetti come intorno a un perno, alimenta la mia fantasia, i miei sogni di gloria da disegnatore. La mia seconda residenza, anzi forse la prima, è Paperopoli, con le sue giornate placide e dal cielo sereno. Conosco indirizzi, sono esperto di giardini, amache, nonne. Tra qualche giorno, all&#8217;Eur, i miei mi portano a una grande mostra per i sessant&#8217;anni di <em>Topolino</em>. Sarà uno degli appuntamenti fondamentali della mia vita di decenne e non solo.</p>
<p>Mercoledì 16 dicembre 1998 sono un aspirante giornalista pronto a incontrare il suo mito. Sono rimasto incollato a un termosifone del Liceo Parini di Milano per tre quarti d&#8217;ora, aspettando il momento di incontrare, da imbucato, Montanelli. Un ragazzo mi chiede se ho una sigaretta. No, gli dico. Poi Montanelli arriva, gli dico chi sono &#8211; quello che l&#8217;ha tempestato di lettere negli ultimi paio di anni -, lui allunga la sua mano sulla mia guancia. Ah, sei tu, dice. Morirà domenica 22 luglio 2001, mentre a Genova infuria la battaglia ed è rimasto il sangue sulle strade, e io sono quasi convinto che non farò mai il giornalista.</p>
<p>Martedì 21 marzo 2000 comincia la primavera, la prima di un secolo nuovo, o l&#8217;ultima del secolo vecchio, non ci si è mai messi d&#8217;accordo. Quel giorno o forse due o tre dopo, suonata la campanella, dico a un paio di amici che devo passare in libreria. Perdiamo l&#8217;autobus, dice Lorenzo. E se ne va. Marco e Fabiana restano, io devo chiedere <em>Lamento di Portnoy</em> al libraio. Non so bene come si dice Portnoy. Lui me ne dà una copia vecchissima che in copertina porta la dicitura Sesso scatenato senza censure. F. se ne accorge, io avvampo. Leggere, ha detto qualcuno, è anche una preferenza sessuale, me ne sono accorto leggendo Moravia e Roth, forse prima del dovuto, forse no.</p>
<p>Venerdì 18 agosto, a Salamanca, Spagna, assisto a tramonti epocali, mentre le cicogne battono il becco da guglie barocche. Torno nell&#8217;appartamento dell&#8217;infermiera Emilita Hernandez García e mi butto sul letto a leggere un romanzo di Marías, <em>Un cuore così bianco</em>, di cui mi seduce il dipinto in copertina. Una ragazza nuda, un uomo che la spia.</p>
<p>Giovedì 15 marzo 2001, pomeriggio, sto facendo i compiti, svogliatamente. Mia madre esce per alcune spese, le chiedo di passare in libreria. Sbuffa. Per me è importante, vitale. Esce un libro di Tabucchi, si chiama <em>Si sta facendo sempre più tardi</em>. Devo averlo. Lo aspetto come qualche anno prima i giornali a fumetti. Non vedo l&#8217;ora che mia madre torni. Corro nel finire i compiti, quando arriva me lo giro fra le mani come un oggetto luminoso. Di Tabucchi, nel giugno 1997, ho letto <em>Sostiene Pereira</em>, chiuso in una Panda 750 Young parcheggiata al sole. Sudavo come Pereira nell&#8217;estate lisbonese del 1938. Ero entusiasta. Come si fa a scrivere così?</p>
<p>Sabato 8 settembre 2001 c&#8217;è la festa patronale nel paese alle porte di Roma in cui vivo. Sto leggendo la prima parte della <em>Recherche</em> di Proust. Una folgorazione, di cui resta traccia perché, con una stupida matita rossa e blu, ho riempito di segni il Meridiano Mondadori. Qualche giorno dopo è l&#8217;11 settembre, nel pomeriggio vado a scuola guida &#8211; controvoglia come sempre &#8211; ma ho la testa altrove.</p>
<p>Martedì 18 giugno 2002 faccio il tema di maturità, o forse il giorno dopo. Fa caldo. Parecchio. Scelgo un tema sui luoghi, i luoghi e la memoria, metto in mezzo Proust e Lalla Romano, che è morta un anno prima e per un suo romanzo aveva pescato un titolo da Proust. <em>La penombra che abbiamo attraversato</em>. L&#8217;avevo letto a bordo piscina l&#8217;anno prima. Un po&#8217; guardavo Eleonora Semprini, un po&#8217; leggevo. Il pomeriggio del 19 giugno 2002, o forse era il 20, mi sento uno che sa scrivere, per la prima volta. La professoressa di storia dell&#8217;arte, Vittorini &#8211; ha il cognome di uno scrittore &#8211; mi dice che lei e i suoi colleghi non hanno corretto il tema di uno studente, ma il tema di uno scrittore. Addirittura, dico. Sì, dice lei. Il pomeriggio, a casa di Marco, resto solo per mezz&#8217;ora con F., non ho il coraggio di baciarla, le accarezzo solo i capelli. Quando, martedì 2 luglio, chiudo il mio orale leggendo una poesia di Montale &#8211; finisce con «Il mio sogno di te non è finito» &#8211; è per lei la mia dedica implicita.</p>
<p>Maggio 2003 anticipa l&#8217;estate più calda del secolo. Già si soffoca, e sono a Torino. Ho mandato al Premio Calvino una raccolta di racconti buttati giù l&#8217;estate prima, la più libera e larga di tutta la vita. Martedì 13 maggio un giurato mi guarda con diffidenza, mi dice: a leggerla, abbiamo pensato che lei fosse un professore in pensione. Devo ancora compiere vent&#8217;anni, rispondo. Il libro era solo, lo so, una prova di voce, pieno zeppo di citazioni e di imitazioni. Non riesco a rileggerlo.</p>
<p>Lunedì 2 febbraio 2004 sto studiando per un esame universitario – letteratura latina. Squilla il telefono, c’è un rumore di fondo. Sono Enzo Siciliano, dice una voce gentile e allegra, ho letto il suo racconto, lo pubblichiamo su <em>Nuovi Argomenti</em>. Mi piace il tono dolente e ironico. «Dolente» e «ironico»: penserò molto a lungo a questi due aggettivi. Ci penso ancora.</p>
<p>Martedì 21 dicembre 2004 sono a Milano, in una stanza orrenda di un piccolo albergo. Tra poco ho la mia prima vera presentazione. La relatrice, da poco, ha fatto sapere che non può più venire. Non sono arrivate nemmeno le copie del libro. Scoppio a piangere. Vorrei scappare.<br />
Durante l&#8217;incontro, un milanese accigliato del pubblico sottolinea acido in un suo intervento «il simpatico accento romano del giovane autore».</p>
<p>Domenica 13 febbraio 2005 esco per la almeno decima volta dalla casa di Antonio Debenedetti, vicino a Fontana di Trevi. Stipata di libri all&#8217;inverosimile, come sempre piace immaginare sia la casa di uno scrittore. Nel registratore ho impressa la sua voce che racconta della sua confidenza con gli dèi. Figlio di Giacomo, è stato da bambino sulle ginocchia di Saba, ha avuto Caproni per maestro elementare, Elsa Morante gli portava regali, Ungaretti è stato il suo professore all&#8217;università. Se ho fatto una scuola di Novecento italiano, è stata in quel salotto con le poltroncine rosse e gli scuri sempre chiusi.</p>
<p>Nel corso del 2006 giro un po&#8217; d&#8217;Italia con qualche tappa fuori per inseguire gli scrittori. Mi pare che conoscerli, intervistarli sia un modo per rubargli segreti che si rifiutano di rivelare. Con la scusa di un libro, ne incrocio una ventina. Li vedo assopirsi su un divano, incazzarsi, condire un piatto di patate lesse, vantarsi come bambini, essere fino in fondo i coglioni che sospettavo, essere più intelligenti e crudeli di quanto prevedevo. Imparo qualcosa da ciascuno, nell&#8217;istante esatto in cui loro non si accorgono, usciti dalla parte, di dare il meglio. Lungo rue Monge, a Parigi, sotto la pioggia di lunedì 13 marzo, non mi fido ancora della mia vocazione.</p>
<p>Di tanto in tanto, come per esempio giovedì 19 aprile 2007, ho la sensazione di aver conquistato qualcosa. Le ore sulle scale bianche della facoltà di Lettere, contano di più, producono di più di quelle in aula. Lavoro per una piccola casa editrice, in certi tardi pomeriggi ho il mondo il mano, o così sembra. Ho quasi ventiquattro anni, bozze da correggere, un libro che deve uscire, molti meno dubbi di quelli che si preparano per il futuro, a stormi.</p>
<p>Martedì 20 maggio 2008 Milano è bellissima, luminosa. Camminare per via Paolo Sarpi, la mattina, dà una strana euforia. Mi fermo per il cappuccino in un bar tenuto da cinesi. Dormo poco, approfitto dell&#8217;alba per scrivere un minuscolo romanzo, finire una tesi di laurea, buttare giù articoli. Per il resto, faccio il redattore televisivo. Da dove viene tutta questa energia? Convoco i fantasmi, a me cari, di Capote, di Perec, di Magritte. Le frasi, per la prima e forse unica volta, mi restano impigliate fra le ciglia, le vedo appena sveglio. Le riconosco. Intanto mi prendo una cotta per una ragazza sbagliata, o una cotta sbagliata per una ragazza. Ma mai ho scritto con tanto desiderio e tanta incoscienza, gli amori sbagliati aiutano, e anche le città estranee e bellissime in primavera.</p>
<p>Venerdì 9 gennaio 2009 Parigi è letteralmente gelata. Soffia un vento siberiano che spacca le orecchie e le dita, se restano scoperte. Cammino da solo per chilometri, camminate che torneranno utili per un romanzo che ho appena cominciato a immaginare e scriverò un paio di anni dopo. Antonio Tabucchi entra infreddolito in un caffè di Saint-Germain, si toglie il berretto, sorride. Non so bene cosa dire, fin lì l&#8217;ho sentito solo per telefono e per lettera. Gli chiedo una dedica su quel libro che nel marzo del 2001 avevo tanto atteso, Si sta facendo sempre più tardi. I titoli a volte sono presagi. Mangiamo in un ristorante thailandese. Ho le labbra infuocate dal piccante e dal gelo della giornata, una strana e felice stanchezza, tornando in albergo. Gli ho raccontato la storia che ho in mente, ha a che fare con un ragazzo degli anni venti. Volevo cercarne la tomba al Père Lachaise, ma era chiuso per ghiaccio e neve. Torna in primavera, mi dice Tabucchi, e andiamo insieme. Spengo la luce per dormire. Ho bisogno di fermare alcune frasi, la riaccendo. Spengo, provo a dormire, non riesco, riaccendo. Sul volume dei racconti di Tabucchi che ho portato con me c&#8217;è una frase che dice: «E intanto noi viviamo, o scriviamo, che è lo stesso, in questa illusione che si conduce». Ho venticinque anni, la formazione sembra finire qui. Non finisce mai.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da <a href="http://www.laurana.it/libro_scrittore.php" target="_blank"><em>La</em><i> formazione dello scrittore</i></a>, a cura di G. Dadati, Laurana, 2015.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Truman Capote il cantiere del camaleonte</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Aug 2014 09:36:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prima di diventare, come spesso sono oggi, impiegatizi e un po’ aridi, gli scrittori erano maghi. Indecisi se disegnare, raccontare storie o diventare ballerini di tip tap, capivano a naso (<a title=" Truman Capote il cantiere del camaleonte" class="more-link" href="https://www.paolodipaolo.it/2014/08/24/truman-capote-il-cantiere-del-camaleonte/">more...</a>)]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Prima di diventare, come spesso sono oggi, impiegatizi e un po’ aridi, gli scrittori erano maghi. Indecisi se disegnare, raccontare storie o diventare ballerini di tip tap, capivano a naso che «la differenza tra un ottimo stile e la vera arte è sottile ma feroce»; sapevano che il talento è anche una frusta «predisposta unicamente per l’autoflagellazione», e che la vera letteratura nasce dall’oscurità, dalla parte «più folle della follia».<span id="more-190"></span><br />
Dall’azzardo, anche: «Gli scrittori, almeno quelli che si buttano allo sbaraglio, disposti a giocare il tutto per tutto, fino in fondo, hanno molte cose in comune con un’altra razza di uomini solitari: quelli che si guadagnano da vivere giocando a biliardo o al tavolo verde». Così Truman Capote spiegava ai lettori e a sé stesso, nella memorabile prefazione a <em>Musica per camaleonti</em>, che cosa significa – sul serio – scrivere. Sprecare tempo, prima di tutto; provare instancabilmente, sacrificarsi all’altare della tecnica e non a quello, oggi molto più frequentato, dell’improvvisazione. Sondare le «diaboliche complessità» di paragrafi, punteggiatura, dialoghi – e imparare da tutto, non solo dai libri, «ma dalla musica, dalla pittura, e dalla semplice osservazione della realtà»; e poi limare, e provare ancora, e farsi le domande giuste: «Come può uno scrittore riunire felicemente in una sola forma – diciamo il racconto – tutto ciò che sa intorno a ogni altra forma di scrittura?». Per uno come Capote, lo scrittore vero dovrebbe disporre di tutti i colori della tavolozza, di tutte le note del pentagramma, saper mescolare gli ingredienti conoscendoli uno a uno, raggiungere un virtuosismo tecnico «resistente e flessibile come la rete di un pescatore». Se avesse potuto aggiungere la propria alle Lezioni americane che Calvino stava scrivendo, Capote ne avrebbe forse aggiunta una sulla «duttilità». Pochi scrittori come lui, nell’altro secolo, hanno attraversato i generi e le forme dello scrivere con tanta disinvoltura: a trent’anni dalla morte – fu trovato senza vita in casa di un’amica, a Los Angeles, il 25 agosto del 1984, distrutto dall’alcol e dalle droghe – si leggono e rileggono le sue pagine come un’eterna novità. Dirò di più: nel cantiere di Capote, più che altrove, gli scrittori del futuro dovranno andare a scuola. Il nuovo secolo chiede a chi scrive velocità, elasticità, capacità di adattamento, «camaleontismo». Capote è il maestro giusto: autobiografia creativa, giornalismo narrativo, ritratto dialogato, scrittura di viaggio, cronaca mondana, acida e pettegola quanto basta. Non manca niente. Basterà sedersi in un angolo, e guardare: come un ragazzino di New Orleans, all’anagrafe Truman Streckfus Persons, nato il 30 settembre di novant’anni fa, diventa Capote. Il 18 settembre Garzanti manda in libreria un’ampia biografia – George Plimpton, <em>Truman Capote</em> (pp. 500, euro 29) – con testimonianze di prima mano, da Gore Vidal a Marella Agnelli.<br />
Vita familiare pasticciata, viene affidato agli zii: il primo padre appare e scompare, mette in piedi spettacoli sulle rive del Mississippi, il secondo padre è più solido, la madre inquieta e sfuggente. Truman ha per compagni di gioco Harper Lee, la futura autrice di <em>Il buio oltre la siepe</em>, e la propria fantasia, quel «piccolo demone» che a nove anni gli offre già la certezza di essere un artista. «Troppo carino, di carnagione troppo chiara; ogni suo tratto era modellato con estrema cura; una dolcezza femminea gli addolciva i grandi occhi, castani come i capelli»: si descrive così, camuffandosi in un personaggio, nelle prime pagine del romanzo d’esordio, <em>Altre voci altre stanze</em>. Il ventenne geniale dalla vocetta acuta si è tolto in fretta di dosso i panni di tuttofare nella redazione del <em>New Yorker</em>; il primo romanzo ha un gran successo, «è incredibile che una persona così giovane riesca a scrivere così bene», si sente dire, «Incredibile? Io scrivevo da mattina a sera da appena quattordici anni!» si stizzisce a posteriori l’interessato. Che picchia senza posa i tasti della sua macchina da scrivere, viaggia, si fa amare e odiare nel mondo editoriale e cinematografico americano, continuando a cambiare pelle: è quello dei racconti «teneri e tristi», dal cuore sempre un po’ straziato; l’infanzia nel grande Sud soffia di libro in libro come il vento che fa tremare l’albero su cui salgono i ragazzini a caccia d&#8217;avventure nel romanzo <em>L’arpa d’erba</em>. La timidezza, l’eccesso di sensibilità, l’andare in cerca di qualcuno davanti a cui non sia necessario nascondersi, certi minuscoli ricordi che spezzano il fiato, tipo la pioggia di gennaio e un bambino che ripara la madre sotto un ombrello di tela, la madre ha in mano un sacchetto di mandarini e da una casa escono le note di un pianoforte, una musica triste ovviamente, e lei sente un gran freddo. E finestre sconnesse dal vento con «i loro festoni di ragnatele», padri che non tornano mai, ragazze che non si sono innamorate di nessuno se non del colore rosa, bambini che scoppiano a piangere, come nei romanzi di Dickens, solo perché vedono avanzare l’inverno. «È raro che le cose, una volta mutate, tornino poi come prima»: così Capote impara che il mondo ci tradisce sempre, ci toglie dal calduccio, ci sballotta e ci inganna, ci fa meno innocenti; è il destino di tutti, del piccolo Truman trapiantato senza paracadute dalla Lousiana al “bel” mondo newyorchese o hollywoodiano; di Holly – quella di <em>Colazione da Tiffany</em> – che non sta zitta un istante e, per farsi passare il magone, sale su un taxi e si fa portare appunto da Tiffany, «niente di veramente brutto può capitarti lì&#8230; Se riuscissi a trovare una casa, nel mondo reale, in cui mi sentissi tranquilla come da Tiffany&#8230;». Anche Perry e Dick, gli assassini protagonisti di <em>A sangue freddo</em>, due che massacrano per niente una famiglia del Kansas nel ’59, hanno il loro buco nel cuore: «Io pensavo sempre a papà» racconta Perry a Capote, «e speravo che lui venisse a portarmi via con sé». Capote lo sente fratello, vorrebbe salvarlo e non può; e fa lo stesso con Marlon Brando o con Marilyn Monroe, quando li intervista («Marilyn! Marilyn, perché doveva andare tutto come è andato? Perché la vita deve essere un tale schifo?»), sembra spietato ma al fondo è pietoso, tocca a mani nude le loro ferite, li mostra nudi e fragili come aveva mostrato sé stesso nei primi romanzi, come farà ancora nell’ultimo racconto, <em>Un Natale</em>, dove torna a essere il piccolo Buddy. Quello che va all’ufficio postale, compra una cartolina da un soldo e scrive: «Ciao papà spero che tu stia bene io sto bene e sto imparando a pedalare il mio aeroplano e così svelto che presto volerò nel cielo e così tieni gli occhi aperti e sì ti voglio bene Buddy».</p>
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<p><em>Truman Capote il cantiere del camaleonte</em>, Paolo Di Paolo,<em> La Stampa</em>.</p>
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