La letteratura prende corpo

La letteratura prende corpo

In realtà questo ottimo saggio illustrato Piccola storia del corpo di Paolo di Paolo (Giulio Perrone editore), si compone di tre sezioni, soltanto due delle quali, le prime, sono state scritte dallo scrittore romano, e si intitolano: “Una corsa, un volo” e “Il personaggio-corpo”. La terza parte è un affascinante e puntuale percorso artistico firmato da due studiosi-saggisti: Alma Gattinoni e Giorgio Marchini sulla rappresentazione del corpo nell’arte figurativa tra secondo ’800 e ’900. La prima sezione si ricollega idealmente alla terza, analizzando il corpo nella letteratura dall’antichità fino alla contemporaneità con qualche inevitabile incursione nell’arte figurativa. Di Paolo, accompagnato idealmente dal suo amato Tabucchi (a sua volta autore di una “storia del corpo”), prende le mosse dalle pagine de “Il muro”, mitico libro di racconti di Sartre, nel quale il personaggio Lulù a un tratto bruscamente domanda: “Perché mai abbiamo un corpo?”. “La tragedia del corpo nella contemporaneità – scrive Di Paolo – “è forse già tutta qui, in questi pensieri di Lulù, cui dà voce Sartre in un libro, che su tormenti di pelle e viscere indugia molto”.
L’autore romano spiega assai bene come in questi racconti dello scrittore francese il corpo “fa male”, non ha nulla di idealizzato o armonico o decorativo o romantico, è un corpo nudo che “dà la nausea”. Da questa premessa, il nastro si riavvolge improvvisamente fino all’antichità, alla Grecia classica come luogo della “perfezione estetica” , dove il corpo ha qualcosa di “divino”. Poi, attraverso Le Goff, si passa ad osservare il corpo in epoca medievale, “in una tensione lacerante fra Quaresima e Carnevale”: da una parte il “corpo bello, gaudente”, dall’altra un corpo “deteriorato e perituro” . Con il Rinascimento si torna a un’idealizzazione, stavolta sotto il segno della geometria e dell’anatomia, che può tendere a una “spiritualizzazione” ma anche rifuggirla, seguendo ancora quella polarità che aveva individuato Le Goff per l’arte medievale. Poi arriva Michelangelo che antepone allo studio scientifico il “giudizio dell’occhio”, per arrivare alla raffinata sensualità di Rubens e alla fisicità del Caravaggio, attraverso uno splendido brano di Roberto Longhi. In queste pagine l’attenzione di Di Paolo si muove agevolmente, con una limpidissima prosa saggistica, in un’analisi comparata, fra pittura e letteratura, dal corpo incantato-incantatore dell’Angelica ariostesca alla fascinosa indolenza dei corpi ritratti da Rubens fino alla voluttuosa “Odalisca bruna” di Boucher e alla dichiarata oscenità di Sade “che estremizza la sessualità fino a farne la sostanza stessa della scrittura”. L’ottocento oscilla fra moralismo e trasgressione: dall’oscenità degli “appestati” manzoniani alla cruda e impudica fisicità della Nanà di Zola che viziosamente studia la sua nudità dinanzi a uno specchio verticale. La “tragedia del corpo” giunge con il Novecento, con la scoperta della “psiche”: lo scandalo erotico di Lady Chatterley e di D’Annunzio è dietro l’angolo. Ed eccoci alla Seconda Parte del libro, quella che, parafrasando il grande Giacomo Debenedetti con il suo “personaggio-uomo”, porta Di Paolo alla formulazione di un “personaggio-corpo” che diventa il grimaldello critico per penetrare nel mistero doloroso e tragico del corpo nella letteratura (italiana) del 900 scavallando anche il secolo per arrivare quasi all’oggi. Di Paolo scompone il corpo umano in tante parti: naso, bocca, capelli, gambe, sesso maschile e femminile ecc., e per ciascuna va a scovare una o più opere letterarie che gliel’hanno evocata. Dal naso che “tendeva un poco a destra” di Vitangelo Moscarda in Uno, nessuno, centomila di Pirandello agli occhi dei personaggi di Calvino, dai denti in Starnone al pene in Io e lui di Moravia, dalla vagina di un personaggio della Maraini al “sangue” del Pasticciaccio gaddiano variamente declinato in “sanguinaccio”, “spumiccia nera”, “pasticcio”… Inevitabili anche qui alcune incursioni nella arti figurative, specie per chi, come Carlo Levi, si esprimeva (egregiamente) su entrambi i fronti, quello letterario e quello pittorico, approdando in entrambi i casi a una “sensualità aspra”, a un “presagio di tragedia”. Ma qui siamo già nel corpo dei “casi critici”, dedicato appunto a Levi, a Landolfi, a Moravia, a Pavese, e si tratta forse delle pagine più intense e penetranti del libro. Dopodiché il critico-scrittore Di Paolo s’immerge come un palombaro nei “corpi tragici di Fine novecento”: dal Pasolini di Petrolio al postumo L’odore del sangue di Parise, dalla creaturale Miluzza di Domenico Rea in Ninfa plebea, all’ondata dei “cannibali” con la loro “esibizione sfrontata” e talvolta ingenua della sessualità-carnalità, ai corpi offesi della Maraini in “Buio” fino al vero e proprio “personaggio-corpo” che il critico romano riconosce in molte pagine di Antonio Debenedetti, di Pressburger, di Tabucchi, passando per la Mazzucco, per la Nina partoriente e neomamma della Ballestra fino allo struggente corpo malato e morente di Gina Lagorio nel suo ultimo libro, Càpita (2005). Tanti altri scrittori contemporanei vengono analizzati, non solo sotto la specola del “corpo”, con spirito curioso e onnivoro e un “gusto” preciso e riconoscibile, indifferente vivaddio a schieramenti anagrafici, editoriali ecc.

 

La letteratura prende corpo, Andrea Carraro, Il Messaggero.

 

 

29 dicembre 2013

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