La forma di una scarpa

La forma di una scarpa

Indovinate a quando risalgono le seguenti parole: «Siamo un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia». Sono ritagliate da un quotidiano del 2010 o da una rivista di cent’anni prima? Soluzione troppo complicata, se già nel 1912 Benedetto Croce attaccava, dalle colonne della «Voce», certi «moralisti da caffè o da farmacia», pronti ad «annunziare e dimostrare che l’Italia sta per disgregarsi politicamente o fallire economicamente o dissolversi nella corruttela».
Il grande filosofo aveva ragione o torto? Di sicuro non poteva prevedere la persistenza di un Leitmotiv che si sarebbe ostinatamente riprodotto negli anni a venire, prendendo la forma ora di disputa sull’identità in frantumi, ora di polemica parlamentare sul crollo geopolitico italiano, ora di dibattito sul crepuscolo letterario e artistico dei nipoti di Dante e Michelangelo. Settant’anni dopo le parole di Croce, dal suo ‘esilio’ svizzero Giuseppe Prezzolini – descrivendo un Paese che «fa compassione e disperazione» – concludeva, senza mezzi termini: «Chi sarà il becchino dell’Italia?».
Sulle colonne del «Corriere della Sera» – ma questa è davvero cronaca recente: luglio 2010 – Ernesto Galli della Loggia si è chiesto: «Da quanto tempo un libro, un film, un’architettura, una rappresentazione, insomma una cosa nuova pensata o fatta in Italia, non fa parlare di sé il mondo?»
La retorica di una nazione in perpetua dissolvenza ha radici fin troppo lontane. Eppure non invecchia mai. Senso di inferiorità? Insicurezza? Dato caratteriale? Spiegare perché gli italiani, da sempre – come ha scritto Leonardo Sciascia – «così ossessivamente si interrogano, si ritraggono, si autoritraggono nella consapevolezza che non è colpa dello specchio se i loro nasi sono storti», è praticamente impossibile. La mole di articoli, pamphlet, saggi accademici che alimentano il patriottismo alla rovescia, è tale da fare spavento.
In un libro del 1995 scritto con Indro Montanelli, Eppur si muove. Cambiano gli italiani?, Beniamino Placido spese una decina di pagine per stilare un elenco di proclami anti-italiani. Il periodo d’indagine? Appena un anno. Intellettuali pronti a fare le valigie, allenatori sportivi che remano contro la nazionale di calcio, sociologi di pessimo umore. E ancora:

«Il Messaggero» di Roma intervista (15 febbraio 1995) alcuni dei nostri scrittori più giovani, e più promettenti: «Noi ragazzacci dello zoo Italia». Riassume il senso delle loro risposte così: «Questo Paese è malato. Non ci piace, ma ci ridiamo su».
Ancora: il cantautore rock Freak Antoni conferma (a «l’Unità», 19 dicembre 1994) un suo motto: «Che cosa ti vuoi aspettare da un Paese che ha la forma di una scarpa?».

Siamo sempre, da sempre, nello stesso recinto. Una nazione divisa tra chi inneggia alla buona cucina, ai musei a cielo aperto, all’arte di arrangiarsi e chi invece si impegna a demolire gli stereotipi di un’Italia giudicata immatura e provinciale. Il vasto campionario di categorie e di maschere con cui da secoli si è provato – e si continua tuttora – a definire l’identità nazionale come «carattere» sembra un fermo immagine. Pronto a rianimarsi soltanto nei sondaggi.
Dagli anni Novanta all’altroieri, l’ampia percentuale di cittadini italiani orgogliosi di esserlo non ha subìto vistose oscillazioni. Né la difficoltà a spiegare, subito dopo, il perché. Le risposte sono evasive e sempre abbastanza prevedibili. A volte perfino un po’ imbarazzate: sillabe spezzate di un discorso confuso, che procede quasi a singhiozzo. Tra i mille esempi possibili, l’amore per la bandiera: quello che, dati alla mano, resta il più difficile da confessare. Colpa – scrive Michele Serra – della retorica risorgimentale e del rancore per cattivi maestri che insegnarono il valore di alcuni simboli insieme a parole obsolete, finite nei mesti bauli dell’Italietta di mezzo secolo fa. Nel rapporto con il tricolore si addensa così lo scetticismo di almeno tre generazioni, allenate e rassegnate ad amare questo Paese dicendone tutto il male possibile. Mentre, per chi compie diciott’anni adesso, il singhiozzo sull’italianità rischia di diventare uno sbadiglio. Forse non per spirito cosmopolita o istanze separatiste, ma piuttosto per semplice, banalissimo disinteresse. Difficile sentirsi italiani se l’eredità è una lunga storia di malumore. E perché mai farsi ancora carico di una staffetta tutta al negativo?

C’è tuttavia chi non smette di essere sorpreso – l’ha notato Beppe Severgnini – «davanti a questa nazione brillante che appare cinica e stanca». Tanto più se le dichiarazioni d’amore continuano a esserci recapitate, nonostante tutto, da lontani e insospettabili mittenti. Intanto, perché non mancano mai i turisti sentimentali: donne e uomini che – per come li ha raccontati Eugenio Montale nel 1946 – senza il nostro Paese sarebbero stati diversi. Avrebbero pensato, sentito i valori dell’esistenza in un altro modo, non importa quale. C’è poi l’Italia – la ricorda Dacia Maraini – «di figli e nipoti di emigranti che nello sforzo di integrarsi in Paesi difficili hanno perso la familiarità con la nostra lingua, ma si scoprono, alla terza o quarta generazione, innamorati delle loro radici». Infine, come non tenere conto soprattutto di chi rincorre un’Italia sogno e salvezza, di chi si mette a rischio per raggiungerla? E magari trova ad aspettarlo una stanza bianca e blu d’ospedale, come nel reportage di Ezio Mauro che chiude quest’antologia.
A volte però l’approdo può essere ben più felice. Igiaba Scego, nata in Italia da genitori somali, è riuscita a rispondere alla domanda «Scusi, lei si sente italiana?» con un elenco che diverte e commuove. E spiazza qualunque italiano nato da genitori italiani. E se ripartissimo da qui?

Mi sento italiana quando: 1) faccio una colazione dolce; 2) vado a visitare mostre, musei e monumenti; 3) parlo di sesso e depressioni con le amiche; 4) vedo i film di Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Monica Vitti, Totò, Anna Magnani, Giancarlo Giannini, Ugo Tognazzi, Roberto Benigni, Massimo Troisi; 5) mangio un gelato da 1,80 euro con stracciatella, pistacchio e cocco senza panna; 6) mi ricordo a memoria tutte le parole del 5 maggio di Alessandro Manzoni; 7) sento per radio o tv la voce di Gianni Morandi; 8) mi commuovo quando guardo negli occhi l’uomo che amo, lo sento parlare nel suo allegro accento meridionale e so che non ci sarà un futuro per noi; 9) inveisco come una iena per i motivi più disparati contro primo ministro, sindaco, assessore, presidente di turno; 10) gesticolo; 11) piango per i partigiani, troppo spesso dimenticati; 12) canticchio Un anno d’amore di Mina sotto la doccia; 13) faccio altre 100 cose, e chi se le ricorda tutte!

Al riparo da qualunque retorica, parole come queste sono scritte in italiano e tuttavia appartengono a una lingua nuova. Su un piano prima emotivo che intellettuale, senza gerarchie, tutto si mescola e di tutto si ha cura: ogni cosa è illuminata, e ribattezzata. Le maschere non sono più solo maschere, gli stereotipi non più stereotipi. Una giornata nel Paese a forma di scarpa può essere fatta anche di questo.

Oppure, di un tram che attraversa il cuore di Milano, un pomeriggio d’inverno. Due che insieme fanno cinquant’anni discutono di come sia difficile, da italiani, diventare italiani. Qualche mese dopo, sul tavolo di un caffè a Trastevere, il vento primaverile rischia di far volare via parecchie carte. Contengono voci di scrittori e giornalisti che sembrano voler fare di tutto per diventare o ri-diventare italiani: a malincuore, con allegria, con rabbia, con indignazione, con stupore, con disincanto. Qualche volta, perfino con ottimismo. Sarebbe un peccato non trattenerle. La risposta che daranno a un incombente «scusate, vi sentite italiani?», magari verrà fuori da lì. O magari da un paio di scarpe, che possono andarci larghe o strette, dipende anche dai giorni, o dai piedi. Però sono nostre e – volendo – portano lontano.

 

Prefazione a Scusi, lei si sente italiano?, a cura di Filippo Maria Battaglia e Paolo Di Paolo, Laterza, 2010.

 

 

 

16 settembre 2015

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