Orhan Pamuk, “La stranezza che ho nella testa”

Orhan Pamuk, “La stranezza che ho nella testa”

A metà fra mito e commedia degli equivoci, l’innesco della trama è semplice: il ragazzo Mevlut si innamora di una ragazza, la riempie di lettere, una notte la rapisce per sposarla e si accorge di avere sbagliato persona. «Secondo voi quand’è che Mevlut si rese conto che la ragazza che aveva rapito non era la bella Samiha, quella con cui si erano guardati dritto negli occhi al matrimonio di mio fratello, ma la sorella maggiore, la brutta Rayiha?». A parlare è il cugino di Mevlut, Süleyman, uno dei tanti personaggi che prendono direttamente la parola e completano, precisano, smentiscono la versione della voce narrante.
Mevlut non sembra comunque troppo sconvolto, «non dice nulla», come gli rimprovera Süleyman, apprezza quello che ha, per un ragazzo di villaggio arrivato nella grande città a vendere yogurt e boza, una bevanda «leggermente alcolica, densa, profumata e giallognola», in giro per le strade, già è parecchio avere una donna al fianco. Poter fare l’amore con lei, dopo avere tanto atteso, dormire insieme: «Mevlut vide come una luce provenire dalla pelle di Rayiha – bianca come il latte – e diffondersi nella stanza. Gli venne in mente che quei lividi rosa e violacei poteva averglieli provocati lui». A lui piace, di lei, la «genuina e puerile allegria», la cura con cui gli prepara una tisana al tiglio quando torna dal lavoro, stanco per aver camminato senza sosta per le strade di Istanbul. Perché la vera, grande protagonista di La stranezza che ho nella testa (Einaudi) è la città: Mevlut la scopre, la contempla, prova a decifrarla, la lascia parlare. È perfino commovente questo immenso catalogo di dettagli. Mevlut spinge il suo carretto, guarda ogni tanto l’orologio e sente muoversi intorno la città come un corpo vivo, le ombre degli alberi che vibrano, l’abbaiare dei cani, «coraggiosi e prepotenti» – lui li teme: «Ah, figliolo, Istanbul ti ha spaventato» lo incoraggia la zia – e tutto il resto: le automobili, i camion dal muso lungo che sembrano cani lupo, le vetrine in allestimento dei negozi, i cinema che proiettano film porno (nelle sale c’è uno strano odore di alito e di eucalipto); donne bellissime intraviste e perse nella folla, e la folla stessa che ti inghiotte, ti nasconde: «A rendere tale una “città” era la possibilità che una persona aveva, confondendosi tra la folla, di nascondere le stranezze della sua testa». E di immaginare altre vite, lontane dalla propria. Orhan Pamuk va avanti e indietro nel tempo – la storia si sviluppa tra la fine degli anni Sessanta e i nostri – e attraverso una lingua che, nella traduzione di Barbara La Rosa Salim, appare semplice e ritmata, fa letteralmente risuonare le pagine dell’inesausta musica urbana; le pagine cambiano colore e temperatura insieme al vento, a seconda della stagione, mentre tutti i personaggi continuano a dire la loro, a intromettersi, a farsi largo con i piedi e con la voce nella «sconfinata» Istanbul. Intanto Mevlut diventa padre di due bambini, difende la sua felicità; Samiha, la sorella bella, scappa con un uomo diverso da quello a cui è stata promessa; le bambine di Mevlut crescono ma vogliono ancora dormire nel lettone, la casa è fredda, la Storia ferisce la città, che continua a crescere a dismisura. Il tempo passa, come un vento che abbatte gli alberi, e Mevlut si risveglia senza il suo carretto, come un uomo sbarcato nel presente da un’altra era. Tutto si complica e cambia, come la città; Rayiha muore e le strade di Istanbul diventano lunghe come tunnel, «oscuri e senza fine». Ma l’amore è pronto rimettere in moto il cuore di Mevlut. E ciò che alla fine Mevlut cinquantenne ha da dire, lo dice alla città. Ed è una frase semplice, elettrica, fresca come questo romanzo.

 

Pamuk, il rapimento della sposa sbagliata, Paolo Di Paolo, La Stampa-Tuttolibri.

 

5 dicembre 2015