Svegliarsi negli anni Venti

“Svegliarsi negli anni Venti” l’ho immaginato come un corridoio spazio-temporale tra due secoli – futuristi, futurocrati, feste dell’Età del jazz e aperitivi negati, Thomas Mann e la rabbia sociale, Kafka e gli spettri di WhatsApp.

C’è una scena di un romanzo di Julian Barnes, “Il senso di una fine”, che amo molto. Un ragazzo è alla cattedra per essere interrogato.

“Allora, sentiamo Marshall. Come descriverebbe il regno di Enrico VIII?”.
Pausa, silenzio. Sollievo dei compagni di classe. Marshall tace ancora. Poi, finalmente: “Un tempo inquieto, signore”.
L’insegnante non è soddisfatto: “Le dispiacerebbe approfondire il concetto?”.
Lui, dopo avere annuito, ci pensa ancora un po’ e tira fuori la sua risposta definitiva: “Un tempo molto inquieto”.

 

Qui leggo un capitolo del libro a cui sono molto legato. Racconta di Monet; di quando, cento anni fa, pensò di abbandonare la pittura – e del mondo intorno.

Lontano dagli occhi

Spesso, mentre si scrive un romanzo, viene voglia di nascondere fra le pagine qualcosa, sperando che venga scoperta:

L’ultimo romanzo di Paolo Di Paolo potrebbe provocatoriamente essere considerato un romanzo di formazione, ma di formazione nell’utero, nel quale il protagonista scopre chi è riguardando se stesso, molto indietro nel suo passato, ovvero valicando la soglia prenatale e avventurandosi nel mito delle origini nebulose e immaginarie, presupposte nella nascita di ognuno […]

Ma il romanzo è tutto proiettato sull’essere figli, perché come dice l’esergo riprendendo dalla mise en abime finale del libro “nulla ci accomuna come l’essere figli”, e bisognerebbe aggiungere alla fine della lettura “figli del caso”, “figli scangiati” avrebbe detto Pirandello nell’omonima favola, figli senza padri e senza madri se non quelli scelti o immaginati, edipicamente sognati a occhi chiusi o a occhi aperti come i personaggi dell’ultimo testo teatrale di Beckett, Cosa dove (1983), pur evocato in Lontano dagli occhi, forse come la chiave o una delle chiavi interpretative più sotterranee dell’intera vicissitudine […]

Giovanni Greco – L’indice dei libri del Mese, sul mio “Lontano dagli occhi” – Premio Viareggio Rèpaci 2020

About a book, Repubblica, con Giulia Santerini

Una storia quasi solo d’amore

Diario di scrittura

Prima di Google, di Wikipedia e di Yahoo Answers, a chi le facevamo le domande? L’enciclopedia Grolier che avevo in casa (qualcuno se le ricorda, le enciclopedie di carta?) forniva risposte fredde e vaghe – soprattutto su ciò che, entrando nell’adolescenza, mi stava più a cuore. Topolino e Charlie Brown qualche aiuto lo davano, ma i romanzi – stavo per scoprirlo – potevano offrire perfino di meglio. Dostoevskij non era facile, ma sul primo amore sapeva tutto; Moravia, sul sesso, ancora di più. Leggere libri era come frequentare di nascosto cattive compagnie – gente che fumava, beveva, ti rivelava segreti indicibili, rispondeva a domande che non avresti mai rivolto a nessuno, e soprattutto ne faceva a te di nuove. Strane, insolite, spiazzanti. «Ma infine, che cosa ci aveva guadagnato? Che cosa aveva riportato da questo viaggio?» chiede al lettore il narratore del Giro del mondo in ottanta giorni. Le domande fondamentali. «E presto diventerei adulto?» domanda Peter Pan alla signora Darling. O forse a sé stesso. «Possibile che anche per le persone avanti negli anni così fosse la vita – allarmante, inaspettata, sconosciuta?» si domanda Lily Briscoe verso la fine del romanzo di Virginia Woolf Al faro. Ho letto, continuo a leggere i romanzi come generatori di domande. Il più delle volte non c’è nessuna risposta. Ma il bello è proprio questo: che qualcuno chieda, anche nel buio, e che l’interrogativo resti a lampeggiare per ore; che i libri sbattano come porte, diceva Breton, di cui si è persa la chiave.

Anche osservato dalla parte di chi scrive, un romanzo può essere un modo per porre questioni che non avremmo il coraggio di porre altrove. Sono in una chiesa romana, sono entrato solo per ripararmi dal caldo, tutto è solenne, fresco, fuligginoso. Non c’è quasi nessuno. Il cigolio della massiccia porta di legno annuncia un ingresso. Mi volto: è una ragazza, è bella, indossa una maglietta bianca, ha i capelli legati. Si siede all’ultimo banco, sta lì più o meno quattro minuti, poi si fa il segno della croce e va via. Vorrei fermarla, o seguirla, chiederle qualcosa. Chi sei? Dove stai andando? Che ci facevi qui? Cos’erano di preciso quei quattro minuti? Da questa piccola visione, da questo lampo di luce dentro l’ombra di una chiesa secentesca, credo sia venuta fuori Una storia quasi solo d’amore. Volevo esporre a questo mistero un ragazzo di vent’anni, uno venuto su nel nuovo secolo, senza avere nemmeno sfiorato le categorie e le ipoteche di quello vecchio. Volevo costringerlo a trovarsi davanti una ragazza più grande, misteriosa, complicata, a esserne attratto, a sentirsi – come mai prima – impacciato, goffo, come di fronte a una cartina muta.

Salinger dice che il mondo ha bisogno di storie ragazzo-incontra-ragazza; io so solo che spesso ne ho bisogno io. E che ho provato a scriverne una, per la prima volta come se fosse l’ultima. Ho avuto in testa un incipit, all’improvviso: «Eravate bellissimi», e con quell’incipit una voce precisa. L’ho segnato in fretta su un quaderno nel cuore della notte. Era febbraio, e non prendevo sonno. Nino e Teresa li ho avuti subito davanti agli occhi, li ho visti parlare davanti a un teatro, un lunedì dopo le sei di pomeriggio. Li ho pedinati, ho atteso che tornassero a incontrarsi, lunedì dopo lunedì. E che la presenza di Teresa costringesse Nino, così poco allenato alle domande, a trovarsene di fronte una valanga. Ogni incontro fra sconosciuti somiglia a una collisione fra pianeti fuori orbita – e tutto questo fa rumore e luce. Nino, da innamorato, è tecnicamente al punto più alto della sua curiosità – e così, in quella fase, siamo tutti: disposti a rinunciare ai pregiudizi che ci fanno da armatura. Sei vegano? Non importa. Mangi carne mattina e sera? Non importa. Ti piace Casaleggio? Non fa niente. Sei scappato da casa? Hai cambiato sesso? Hai figli sparsi ai quattro angoli del pianeta? Non conta, non mi spaventa. Sei credente? Vorrei capire.

Poi magari i pregiudizi tornano, riprendono fiato, ma intanto – da innamorati – ci è sembrato di non averne bisogno, di poter capire tutto, di accettare qualunque domanda. Di essere un po’ meglio di come siamo di solito: più aperti, più liberi, meno ottusi, meno stronzi. Ma perché dura così poco? «Quasi tutte le persone sono simpatiche quando si riescono a capire» (Harper Lee, Il buio oltre la siepe): vero, ma lo sforzo lo facciamo sempre poco, sempre meno. Basta uscire per strada, guardate. Nino e Teresa, che forse si stanno innamorando, non sentono la fatica, stabiliscono quella forma di alleanza fra estranei che ha qualcosa di prodigioso. Continuano a darsi appuntamento, come Whitman nella poesia allo Sconosciuto: «Devo aspettare, perché t’incontrerò di nuovo, non ho dubbi / devo vedere come non perderti più».

Da questo libro è nata anche l’esperimento “Edizione straordinaria”.

Puoi scaricarla qui.

Mandami tanta vita

Il museo di un romanzo

Che cosa resta di un romanzo che abbiamo scritto? Un file salvato nel computer, sì, e molti appunti: quaderni fitti di idee che avremmo voluto sviluppare. Molte le abbiamo dimenticate, perse di vista, tradite. Restano frasi su post-it gialli che sembrano indicazioni geografiche a vuoto. «Esuli di Joyce va in scena la sera del 14 febbraio 1926». E allora? Allora un romanzo, qualunque romanzo, è sempre inferiore all’idea astratta che ne avevamo in partenza. Una volta pubblicato, come sapeva Henry James, si è assaliti dalla tentazione di sacrificare la prima edizione e cominciare dalla seconda: «Ah, ripartire di nuovo, avere un’occasione migliore!». Inutile quindi passarsi fra le mani queste carte cariche di promesse non mantenute, di voci bibliografiche tralasciate, di immagini buttate via: un patrimonio dilapidato. Eppure a volte, di un romanzo, resta un piccolo museo. Orhan Pamuk l’ha costruito a posteriori, a Istanbul, per una storia d’amore: Il museo dell’innocenza. Una folla di fotografie, bottiglie, sigarette, pettini, spille, orologi diventa il deposito materiale del sentimento (romanzesco) che ha legato Kemal e Füsun: quasi fossero non personaggi ma persone vere, che vivendo hanno lasciato la loro scia di oggetti.

Scrivendo Mandami tanta vita, sulle tracce di una vita inabissata nell’inverno del 1926, ho – come accade a chiunque lavori sul passato – accumulato documenti, letto libri, fatto la fila al banco delle fotocopie in biblioteca. Poi però, uscito di lì, mi dicevo: non basta. E mi ostinavo a cercare ancora: piccole librerie, bancarelle dell’usato, robivecchi, eBay – pur di sentire tra le mani l’aria di quel tempo. È una pretesa assurda, votata al fallimento, ma non ho smesso per un attimo di alimentarla, con il gusto del collezionista dilettante. Soddisfatto per un niente: la copia in buono stato della «Domenica del Corriere» uscita il 14 febbraio 1926, due giorni prima che la trama del mio romanzo si concluda. A cosa è servita, ai fini della narrazione? A nulla, ma volete mettere il piacere di avere davanti agli occhi le tavole di Beltrame? Sulla prima pagina, un uomo finito sotto un treno nel lucchese: «tutti i carri del convoglio gli passarono sopra lasciandolo tuttavia incolume». E poi le poesie sul carnevale, le novità per le acconciature («modelli parigini per la sera»), le pubblicità (il brodo Arrigoni per una minestra «appetitosa»), i consigli per sbarazzarsi di tutti i mali ai piedi.
Mi emoziona sapere che queste pagine hanno preso la luce di una domenica mattina di quasi novant’anni fa. L’idea che qualcuno le abbia sfogliate, lette davanti a un caffè. Così il passato sembra sul punto di svegliarsi e tornare, diventa uno spazio ancora abitabile. La letteratura offre questa illusione, ed è la stessa di quella cameriera che, nella Rosa purpurea del Cairo di Allen, sogna di vivere in un film in bianco e nero, o di quello scrittore in crisi che a mezzanotte incontra Hemingway e Fitzgerald, in Midnight in Paris. Gli oggetti, le cartoline, i vecchi giornali sono stati per me come quel rintocco d’orologio, come la ricetta di un incantesimo. Come la macchina del tempo. A stesura ultimata, avevo intorno un piccolo, inutile, sorprendente museo involontario. Quando avevo acquistato la riproduzione di timbri postali degli anni Venti? E quando mi ero messo in cerca di vecchie, anonime fotografie, di locandine cinematografiche, di pubblicità di grammofoni? «Possedere uno di questi strumenti significa avere tutti i più grandi artisti da Tamagno alla Patti, da Caruso a Titta Ruffo…». Grammofoni in quercia, in mogano, cinquanta modelli di strumenti da lire 500 a lire 8600, a molla o elettrici. Stampe della vecchia Torino: il manifesto dell’esposizione del 1898, con un pallone aerostatico che sale sopra la città; piazza Castello con l’insegna di un Grand Hotel, signore a passeggio e un barroccio al centro della scena; il Teatro Balbo e un capannello di gentiluomini all’ingresso. Figurine scure, indistinguibili, vite di uomini non illustri perse nel tempo. Che fine avete fatto? Possibile – come si chiedeva Benigni nella Voce della luna – che non si sappia più niente di voi?
Ho acquistato perfino fascicoli, neanche troppo economici, di una rivista illustrata americana, «Mid-Week Pictorial», anno 1925. Gossip dell’epoca, nuotatrici, principesse, corse di cavalli, acrobazie di cani. Fotografie grigioblu su una carta che si sfarina fra le mani; cruciverba a premi: con il più facile, si vincono quindici dollari. Il numero di gennaio-febbraio 1926 di «Esercito e Nazione. Rivista per l’ufficiale italiano» presenta la riproduzione di un testo autografo del Primo Ministro d’Italia Benito Mussolini sui progetti militari. L’articolo «Il Marocco nelle sue caratteristiche geografico-militari» offre anche una cartina a tre colori che segnala i limiti dell’occupazione francese e spagnola al 1° aprile 1925. Meno suggestiva una dotta analisi sul tema «Carri armati contro reticolati». Adorabile invece un numero del «Giornalino della Domenica» diretto da Vamba, con una fiaba giapponese illustrata e il Cantuccino degli enigmisti di Fra Bombarda. Mi dispiace avere trascurato, su un numero del «Mondo» dell’estate 1917, una riflessione accigliata sulle bagnanti che «si abbandonano al cosiddetto bacio dell’onda solo indossando corpetto e mutandine» e un velenoso ritratto di Amalia Guglielminetti firmato Pitigrilli.
Sono tornato anche più indietro, là dove il mio romanzo non arriva: alla settimana in cui a Torino nasceva Piero Gobetti, il protagonista di Mandami tanta vita, giugno 1901. Sull’«Illustrazione italiana» si annuncia, per il prossimo numero, uno splendido articolo di De Amicis sui lavoratori del mare nel porto di Genova. Peccato non averlo. A Roma è stato aperto da poco il nuovo Ponte Cavour; un disegno dal vero mostra senatori e deputati in visita al Re per rallegrarsi della nascita della Principessa Iolanda. Sulla copertina, fra le tante pubblicità, anche quella del Liquore Strega, ditta Alberti, casa fornitrice di Sua Maestà. Non ci avevo fatto caso.
Il mio piccolo museo involontario è tutto in una scatola di cartone. Da custode e unico visitatore, ne riconosco la stralunata e sentimentale inutilità. Eppure queste tracce tanto fragili mi sembra di averle messe in salvo, riportate a casa da un viaggio, ma nel tempo. Non è sempre questo, lo spirito del collezionista? Per tutti i giorni che ho speso a scrivere il romanzo, il calendario diceva contemporaneamente 2012 e 1926. Ero anche lì, a chiamare nomi, a sentire freddo, a mettere il naso in affari non miei. Ho sentito la mia vita dilatarsi all’indietro; rompere le leggi – almeno quelle apparenti – della fisica. Mi è sembrato lecito aspettare ciò che non può tornare, e anche chi non può tornare. Mi sono ricordato che soprattutto per questo, amo leggere romanzi.

 

Mandami tanta vita

Dove eravate tutti

Quel che resta del Paese di “colpo grosso”. Il romanzo italiano sui vent’anni del Cavaliere

 Di Antonio Tabucchi, La Repubblica, 7 settembre 2011

 

“Dove eravate tutti” di Paolo Di Paolo ha come protagonista uno studente universitario alle prese con l’impossibile stesura di una tesi sul berlusconismo.

L’autore, nato nel 1983, ha già al suo attivo una folta produzione narrativa e di saggi.
Un affresco composto di notizie di giornale, foto, lacerti di realtà della nostra epoca.

Mentre sento che in Italia, paese dell’eterno ritorno, si è ricominciato a piangere sull’imminente “morte del romanzo” che mezzo secolo fa costituì il tormentone della neo-avanguardia di allora, vedo con piacere che i giovani (e anche i meno giovani) scrittori italiani continuano a scrivere romanzi. O qualcosa che appartiene al genere che per convenzione definiamo “romanzo” e che naturalmente non ha niente a che vedere con la creatura di cui si piange la futura scomparsa, essendo costei defunta da tempo per cause naturali. Una modesta creatura il cui avvincente incipit (parlo per metafora) suonava all’incirca così: «La Marchesa uscì di casa alle cinque in punto». Anche se il feuilleton di tipo ottocentesco basato sull’uscita della Marchesa continua ad occupare i banchi delle librerie e le sdraio degli stabilimenti balneari (ma questa è una legge dell’industria del consumo, che per fare un solo prodotto di qualità deve produrre almeno una tonnellata di scorie), coloro che oggi scrivono buona letteratura sanno che la Marchesa che uscì alle cinque non ha più fatto ritorno, ed è inutile stare ad aspettarla. Ed è curioso notare come nonostante lo stantio ambiente culturale italiano, o forse proprio in reazione ad esso, la giovane letteratura italiana (intendo della generazione dei trentenni e dei quarantenni) sia una delle più nuove e vivaci d’Europa; una letteratura che se l’avessero i francesi e gli inglesi riuscirebbero a imporla nel mondo con la forza di una esportabilità linguistica che noi non abbiamo. Qualche tempo fa l’italiano era almeno una lingua di cultura; ora, dopo la sistematica distruzione della cultura, non è più neppure questo. E altro che signore marchese che uscirono di casa alle cinque: qui si tratta di un paese intero che vent’anni fa s’imbarcò su una nave da crociera verso lidi ignoti, facendo perdere le proprie tracce ai radar dei “politologi” e degli “statistici” che ancora la cercano invano.

‹‹Mi perdoni se entro nel campo personalissimo delle mie visioni, se non addirittura delle mie allucinazioni. Mi creda, mi è sembrato di averla davanti agli occhi: una nave da crociera. Il pensiero mi ha accompagnato fino a notte e non mi ha ancora lasciato: l’Italia, per vent’anni, è stata una nave da crociera. Non le pare? Con i campi da golf, le balere, le discoteche, le piscine, il cinema, il piano-bar. La vacanza dev’essere cominciata con una cosa che, per età, non riesco a ricordare per memoria diretta. Ne hanno mandati in onda alcuni passaggi l’altra sera. Si chiamava Colpo grosso, lo trasmettevano su Italia 7, gestione Fininvest››.

Con questa citazione, che è a p. 136, credo di aver toccato il cuore del romanzo di Paolo Di Paolo, Dove eravate tutti, appena uscito presso l’editore Feltrinelli (pagg. 224, euro 15). Paolo Di Paolo è un giovanissimo (nato nel 1983), ma ha già al suo attivo una produzione saggistica e narrativa insolitamente folta per la sua età. E se non posso definire questo romanzo un esordio, esso è certo un felice ingresso in una narrativa impegnativa e matura, anche in virtù del complesso disegno con cui è costruito, con una storia che fa da sinopia a un affresco composto di notizie di giornale, di fotografie, di lacerti di realtà politico-sociale, di mitemi attuali, di idioletti epocali, di ciò che costituisce non soltanto il sapore ma lo Zeitgeist dell’epoca nostra.

L’autore appartiene a quella generazione che dall’infanzia a oggi in Italia non ha conosciuto altro che il sistema tolemaico di quell’imprenditore brianzolo proveniente da un¿associazione eversiva che la stampa italiana, con un anglicismo fuori luogo definisce “il premier”. E che ha come “seconders” (a questo punto ci sta bene) boss mafiosi, corruttori di giudici, sub-agenti dei servizi segreti, giornalisti al soldo, sicari, cardinali, magnaccia e cocainomani. Un tipetto che di quella nave da crociera, dove dapprima faceva l’intrattenitore, è divenuto il capitano.

‹‹Saliti sulla nave da crociera, abbiamo preso il largo. Diretti dove? Era impossibile capirlo. Ma siamo rimasti a bordo per vent’anni. Le vacanze erano finite, veniva da piangere a tutti, come in una pubblicità. Però qualcuno deve aver detto che si poteva restare. Si poteva non scendere più. Lui avrebbe continuato a intrattenere, a sorridere, a cantare. Un giorno, quando sembrava che tutto sarebbe durato così per sempre, il Capo sarebbe sceso›› (p. 137).

Ecco per dove era partita la nave da crociera su cui si era imbarcata l’Italia: verso presunte ‹‹donne di sogno, banane e lamponi›› che l’intrattenitore, Joker di un fumetto scadente, aveva promesso a tutti, ma proprio a tutti, firmando un “contratto” televisivo seduto a una scrivania di ciliegio di fronte a un presentatore che fingeva di essere il notaio. Il ventennio berlusconiano, mascherato di pinzilacchere televisive, di bandane in ville cafone, di dittatori russi che venivano dall’amico in Sardegna con un incrociatore militare, di dittatori libici che venivano dall’amico a Roma con le loro amazzoni, di partouzes con minorenni – se tutto questo è sembrato uno spettacolo di circo o un brutto sogno, in realtà è successo davvero: è stata un’epoca truce e funebre che ha scavato gallerie oscure nelle coscienze degli italiani. Ma il romanzo di Paolo Di Paolo non è tanto un romanzo sul regime di Berlusconi, quanto un romanzo sulla fine di un regime, sulla malinconia che lascia nell’animo di chi l’ha vissuto, sulla penombra (o oscurità) che abbiamo attraversato, sul desolato paesaggio del day after.

‹‹L’aria era cambiata. Sulla nave da crociera, le luci erano rimaste accese. E attivi i campi da golf, le balere, le discoteche, le piscine, il cinema, il piano-bar. Ma c’era come un senso di smarrimento. Un’ansia strana si sarebbe comunicata di passeggero in passeggero. L’equipaggio non era in grado di fornire alcuna indicazione. Le luci restavano accese, notte dopo notte. Ma i campi da golf, le balere, le discoteche, le piscine, il cinema, il piano-bar sembravano più tristi e cominciavano a svuotarsi. Le feste c’erano ancora, ma come svogliate. A muoversi – in modo scomposto e con le camicie sudate e le pance e i sorrisi un po’ ebeti – erano ormai quasi solo alcuni vecchi amici del Capo. I passeggeri, loro cominciavano ad annoiarsi›› (p. 137).

Ma il romanzo non è solo questo, ha anche una sua storia amaramente divertente che lo fa leggere con piacere, e che ovviamente non riassumo. E il cui filo conduttore è un fait divers, le disavventure di un insegnante di un liceo romano al primo anno di pensione, il povero professor Tramontana, che perde letteralmente la tramontana e risolve di vendicarsi dagli sberleffi subiti da un allievo che gliene ha fatte di tutti i colori investendolo con l’automobile. È un romanzo che potrebbe sembrare minimalista ma che poi non lo è, che potrebbe sembrare di formazione ma che poi non lo è, che potrebbe sembrare autoreferenziale e che poi non lo è. Il protagonista, il Tramontana figlio, per il quale scatta un’immediata simpatia, è una specie di Giovane Holden all’incontrario, sempre smanioso di essere amato, che vorrebbe dare ordine a un mondo che ordine non ha. C’è poi un’affollata solitudine, ci sono dei genitori ai quali sono state sottratte le categorie del mondo in cui vivevano prima e che ora vivono in una dimensione parallela, una sorta di “Stringa”. C’è un repertorio dello stupidario collettivo ormai inter-generazionale, perché il Nulla in cui tutti si trovano a vivere non è decifrabile da nessuno, e ognuno a suo modo lo vive alla Bouvard e Pécuchet, limitandosi a sillabarlo come se doppiassero la televisione. Il giovane Tramontana vorrebbe concludere i suoi studi universitari con una tesi in Storia moderna sul berlusconismo, ma il cattedratico nicchia e lo spedisce dall’Assistente. E l’Assistente (così chiamato in modo categoriale) a sua volta si tira indietro perché si è candidato nelle liste del Partito democratico e una tesi del genere gli pare controproducente per la sua carriera politica.

Ma in fondo non è questo il vero motivo della tesi mancata. La verità è che il berlusconismo è un “vuoto”, un buco nero, e sul vuoto non si può scrivere una tesi: esso non è interpretabile, sfugge all’esegesi. Dove eravate tutti (senza il punto interrogativo, come in Cosa cambia di Roberto Ferrucci) è la tesi sul vuoto di un ventennio che il figlio del professor Tramontana non è riuscito a scrivere per l’esame universitario. Ma che Paolo Di Paolo è riuscito a raccontare in un romanzo rendendolo significante e tangibile con il talento di un narratore di razza.

Dove eravate tutti, Feltrinelli 2011

Tempo senza scelte

La scelta è dubbio, responsabilità, costruzione di sé e del futuro. Ma dove la Storia non chiede risposte nette, dove si è esposti a miriadi di opzioni evanescenti, è ancora (more…)