Giuseppe Pontiggia. Tentativi, scacchi, fallimenti

Cominciamo dai peccati espressivi. Sono i più gravi, anzi: gli unici davvero gravi. D’altra parte, scrivere vuol dire «evitare l’espressività più debole e ottenere quella più efficace». Sembra facile: è tutto, ed è una strada in salita. Un maestro vero, un maestro come Giuseppe Pontiggia, non è uno che nasconde gli ostacoli. Li indica. Sembra quasi di vedere il dito che si tende verso un punto, più o meno lontano. La vedi? Quella è la sciatteria. Quella è la (pericolosa) confusione fra parlato e scritto. E quella? Quella è la linea della noia, anzi il muro della noia. Va abbattuto. Come? Il maestro vero segnala l’ostacolo, ma costringe il discepolo a ingegnarsi per superarli. Non gli prepara il libretto delle istruzioni, anche perché non esiste.

L’amore per la trasparenza, per una onesta chiarezza, spingeva Pontiggia a evitare illusioni e camuffamenti. Imparare a scrivere – inutile girarci intorno – vuol dire imparare a leggere. Gli altri e sé stessi. Leggendo meglio – esercitando cioè, alla lettera, l’intelligenza – si può sperare di fare passi più sicuri sulla strada della scrittura. Più precisi. Più efficaci. E di saltare gli ostacoli, quando ci si parano davanti. Lo scintillio fosforico di questo libro deriva – come spiega nelle pagine finali la curatrice, Cristiana De Santis – dalla impressionante capacità didattica di Pontiggia. Un maieuta della sollecitazione, un conversatore capace di attivare percorsi dialettici di fronte ai quali un Socrate del ventunesimo secolo, magari titolare di un corso di scrittura creativa, non avrebbe obiezioni. Questo volume, fatto di moltissime domande, fa diventare le risposte interrogativi ulteriori: tanto più quando Pontiggia risponde con quel suo disarmato, meraviglioso «Non lo so». Un professore che alza le braccia e dice «Non lo so»! La frase più sincera e più aperta. Solo dicendo coraggiosamente «non lo so» si può sperare di imparare ancora qualcosa.

Non è falsa modestia. Pontiggia racconta in queste pagine di essersi interessato ai problemi del linguaggio narrativo molto presto. Fin dalla metà del secolo scorso, quando era redattore del “Verri”, la storica rivista letteraria diretta da Luciano Anceschi. Si era laureato, nel ’59, con una tesi sulla tecnica narrativa dei romanzi di Svevo. È uno scrittore consapevolissimo, «padrone dei propri strumenti, cosciente del proprio mestiere». E tuttavia convinto che applicare un taglio normativo alla scienza inesatta dello scrivere sia poco sensato: «Non insegno regole, ma scelgo esempi, non propongo un modello di prosa o di racconto, ma vorrei concorrere a sviluppare potenzialità originali. E in generale, anziché suscitare illusioni euforiche, mostro le difficoltà effettive per poterle affrontare in modo adeguato».

Consapevolezza: forse è questa la parola chiave. Pontiggia mette sul banco medicinali utili ad accrescerla, ad affinarla. Piccole dosi di Proust e di Karl Kraus, domande di Rilke e risposte di Braque, pillole di Seneca e di Manzoni, aforismi di La Rochefoucauld e intuizioni di Swift o di Virginia Woolf. Sposta avanti e indietro il cursore sulla linea del tempo, Kafka e Dante si incontrano e si danno la mano, convinti entrambi – come Pontiggia – che scrittori non si nasce.

«Non ho mai conosciuto nessuno che sia “nato” scrittore. Ho conosciuto alcuni che lo sono diventati dopo un tirocinio molto duro, fatto di tentativi, scacchi, fallimenti, provvisorie esultanze e ricorrenti depressioni» scrive Pontiggia. E quando allude alla preziosità dei «collaudi» da parte di lettori «severi e impazienti, consci che stiamo sottraendo loro il bene più prezioso, il tempo», si coglie all’istante una speciale vibrazione, un tono. Ironico e caldo insieme, simpatico – aggettivo che gli stava a cuore nella radice profonda, quella che rimanda al soffrire con.

Rileggo le righe di una sua letterina scritta a mano, su un cartoncino stretto e lungo,  datata 20 giugno 2003. Sette giorni prima che morisse. Gli avevo, da lettore sconosciuto, confessato quanto mi piacesse la sua idea di simpatia come un «camminare insieme nel viottolo che abbrevia il percorso» incontro a ciò che ci fa più paura, la verità.
«Lo spazio la simpatia se lo prende da sé», rispondeva Pontiggia – e così lo spazio di questo scrittore nato su un ramo del lago di Como il 25 settembre 1934 è invaso da una luce chiara: è uno spazio, appunto, di simpatia. Lo capisci nelle pagine vive di questo volume che raccoglie lezioni di scrittura. Lo capisci leggendo i suoi racconti, i suoi romanzi, che sono lezioni di scrittura nascoste.

«Sua madre, in gioventù attrice dilettante, gli trasmette il gusto di una recitazione “sincera”. Suo padre, funzionario di banca, gli trasmette il gene della bibliomania, brama di conoscere l’universo attraverso i libri». Così Pontiggia stesso si raccontava in terza persona, mettendo l’accento sulla passione che l’avrebbe spinto ad accumulare negli anni oltre quarantamila volumi, custoditi in scaffali appesi perfino ai soffitti. Una ragazza entrata in casa sua per un’indagine sulle abitudini di lettura restò sbalordita: «Sa che non ne ho mai visti tanti? Di solito le case dove vado non ne hanno. Questa mi fa paura!».
Nel suo primo romanzo, uscito nel ’59, La morte in banca, Pontiggia narrava le vicende di un giovane bancario con la passione per la letteratura. Era lui. Era lui quel ragazzo impelagato tra i numeri che sognava i libri. Guardava la pioggia e pensava a una fuga, «desiderava di evadere, di tornare a muoversi, di distrarsi». Questo desiderio dovrà aspettare trent’anni e un altro romanzo per compiersi: nelle pagine di La grande sera (1989), il protagonista è un parente stretto di Mattia Pascal e di Wakefield: fa perdere le proprie tracce. «Oggi non è andato nel suo studio e non ha avvisato nessuno».

Una delle domande ricorrenti del Pontiggia narratore sembra questa: se si possa abbandonare la propria vita da vivi; se nella grande partita a scacchi dell’esistenza (amava molto quel gioco), sia possibile fare una mossa spiazzante che modifichi il corso delle cose. E questa mossa, che spesso è casuale e involontaria, la studia in uno dei suoi libri più belli, Vite di uomini non illustri (1993), esistenze di individui anonimi mirabilmente condensate in una decina di pagine. Che cos’è davvero decisivo nella nostra esistenza? Di solito, non i giorni a cui attribuiamo valore. Sono gli altri, quelli da niente, che alla luce del dopo acquistano spessore. «Il 16 novembre 1996 il cardiologo Federico Traglia, di Arezzo, gli sconsiglia di continuare la pratica della attività sportiva»; «L’8 luglio 1940 sale con lui nel crepuscolo, per una breve passeggiata, fino alla piscina vuota».

Pontiggia, con il passo di quelli che chiamiamo classici, riduce all’osso queste vite, alla loro nuda trama, alla linea tortuosa di un destino. Ma dietro il tono da enciclopedista ironico c’è molto strazio e molto mistero.

«Possiamo immaginare tante vite, ma non rinunciare alla nostra»: lo dice nell’ultimo, bellissimo romanzo, Nati due volte (2000). La lingua è pura e veloce, senza una sbavatura, senza un cedimento al pietistico. È il risultato forse più alto di questo illuminista lombardo del secondo Novecento, l’approdo della sua saggezza benevola, mai distante. «La normalità – sottoposta ad analisi aggressive non meno che la diversità – rivela incrinature, crepe, deficienze, ritardi funzionali, anomalie». Qui Pontiggia salda alla narrativa la sua vocazione di saggista, di osservatore del costume e di brillante aforista.

Superata a modo suo la stagione dell’avanguardia degli anni Sessanta, si era ritrovato, solitario e sorridente, sulla strada poco affollata di chi cerca la chiarezza e provoca l’intelligenza. Lui – il meno cattedratico e il più simpatico di tutti – l’ha fatto come se giocasse ancora una volta a scacchi: con la stupidità («ci assedia da tante parti, compresa la nostra»), con l’ignoranza, con le malattie del linguaggio, con le tentazioni del conformismo e del luogo comune. Perché scrivere (e parlare) bene non è solo una questione per letterati.

Ma ora basta con gli elogi: «Gli scrittori morti – scriveva Pontiggia – sono ricercati, blanditi, adulati». Poi però aggiungeva: «Difficile appurare se essi ne siano lieti».

Prefazione al volume Per scrivere bene imparate a nuotare, Mondadori 2020

 

Tanta vita, uno spazio su Vanity Fair

Una nuova avventura, una rubrica settimanale che firmerò su Vanity Fair. L’ho chiamata “Tanta vita”. Racconterò piccole storie lontane (o magari vicinissime), storie che ci sfuggono e invece dicono di noi, di una temperatura emotiva che è anche nostra. Storie di esseri umani, gente di questo pianeta.

Concordia, Argentina

Se sei la voce storica del carnevale, un po’ di malinconia è il minimo. Lisandro A. non nasconde di essere disorientato: per la prima volta in vent’anni non condurrà – «con il suo timbro inconfondibile» – l’evento più importante dell’estate a Concordia, nella provincia di Entre Ríos, Argentina. Dice che non ricorda più cosa significa vivere un’estate senza carnevale: forse, nella sua vita, non c’è mai stata.

14 Febbraio 2021

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Derry, Irlanda del Nord

L’azienda ha sede a Londra, è specializzata in palloncini di alluminio a forma di lettere dell’alfabeto e spedisce in tutto il mondo. «Hai qualcosa da dire ma non sai bene come? Spiegalo con i palloncini!» è il loro slogan. Shannon H., una ragazza di venticinque anni che vive a Derry, Irlanda del Nord, ha fatto il suo ordine, ma le è arrivato un messaggio con scritto: «Riscontrato un problema imprevisto nel completamento».

 20 Febbraio 2021
Philadelphia

Lynette M. dice che quando ti trovi in serie difficoltà economiche, come è accaduto a lei, e sei una donna, e qualcuno ti tende la mano per aiutarti, di solito ti chiede se hai bisogno di cibo. Difficilmente ti chiederà se ti servono degli assorbenti. È un argomento di cui non si parla. Una volta ha saputo di una ragazza che, non avendo denaro per comprarli, usava i calzini. Insieme a sua figlia Nya, Lynette ha messo in piedi a Philadelphia un piccolo centro di raccolta di prodotti sanitari e igienici per le donne.

1° Marzo 2021

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“Insensato, contingente, incongruo e tragico”. Philip Roth, Nemesi

Un gioco che viene anche troppo facile, con la grande letteratura, è quello di cercare profezie e conferme. È quasi impossibile non trovare un’intuizione, una proiezione metaforica, una certificazione o un presagio di ciò che accade e accadrà agli umani. Così, era naturale che ci venissero in soccorso, nei giorni della pandemia, Lucrezio o Boccaccio, Camus e Manzoni. Anche Saramago, risalito nella magra, contratta classifica dei bestseller digitali: il suo Cecità è stato letto o riletto come la stilizzazione di un improvviso e angosciante contagio. Ma c’è un romanzo che poco o per niente è stato citato, che non contiene visioni fantascientifiche né allegorie. È di una asciuttezza disarmante. Un capolavoro trascurato, per una ragione legata alla pigrizia intellettuale. Quando si attribuisce una impegnativa quanto retorica etichetta – «il più grande scrittore americano vivente» – si finisce in qualche modo per neutralizzare chi la riceve.

Così, Philip Roth (1933-2018) è stato a lungo il più grande scrittore americano vivente; ma molti si erano fermati a Pastorale americana (1997). Insistendo su considerazioni trite, sia in positivo che in negativo: racconta il sesso, la vecchiaia, la morte, è misogino, è il Proust della prostata. Ma gli ultimi due romanzi pubblicati prima dell’addio – rigorosissimo e mai smentito – alla scrittura sono bellissimi. Se in L’umiliazione scrive, giocando ancora una volta con un alter ego, «aveva perso la sua magia», in Nemesi la ritrova. Ecco, Nemesi! Mi impressionò alla prima lettura – il libro usciva dieci anni fa esatti – che tale forza venisse da un autore quasi ottantenne. E mi impressionò che, in barba a una sua boutade da misantropo erotomane («Si rivolga a McEwan se vuole leggere di bambini, a me se vuole leggere di figa»), avesse scritto di bambini. E in modo commovente.

In una torrida estate, l’estate del 1944, si abbatte sulla comunità di Newark l’epidemia. Poliomielite. «I pochi privilegiati sparivano dalla città, mentre noialtri restavamo lì a fare esattamente quello che non avremmo dovuto». Le sirene delle ambulanze rompono il silenzio. Le notizie false, spinte da una superstizione spesso xenofoba, dilagano. Gira la voce che a portare il contagio siano stati gli italiani. I casi cominciano ad aumentare, si moltiplicano. E sono misteriosamente concentrati in un’area: «Guardate Weequahic, dicevano, una delle zone della città più pulite e igieniche, eppure la peggio colpita». Non c’è una spiegazione. Solo numeri, solo «gli spaventosi numeri che certificavano l’avanzata di un’orribile malattia». E solo le sirene in lontananza: «Ormai si sentivano giorno e notte, accendersi e spegnersi». Aumentano i ricoveri, i casi di persone che non riescono a respirare da sole. La comunità resta sospesa: chiudere tutto? Non chiudere? Oscilla, assediata dalla paura.

Un ragazzo, Bucky, l’animatore di un campo giochi, tenta un discorso di buon senso, davanti a un gruppo di genitori in apprensione: «Io non sono un medico. Non sono uno scienziato. Non so perché attacca quelli che attacca. Credo che nessuno lo sappia. Ecco perché tutti cercano di scoprire di chi o di cosa sia la colpa». Qualcuno obietta: «E gli italiani? Devono essere stati gli italiani!». E lui: «Non sono stati gli italiani. Sentite, non dovete lasciarvi divorare dalla paura. L’importante è non contagiare i bambini con il germe della paura. Ne usciremo, credetemi. Faremo ognuno la nostra parte e resteremo calmi e faremo tutto quel che possiamo…».

Quando la parola, invece, la prende un medico, parla così: «Per tutti noi, in quanto medici, è doloroso restare a guardare il diffondersi di questa terrificante malattia senza poter far nulla per fermarla». Quando la parola la prende chi è stato toccato dalla malasorte, chi ha perso qualcuno, parla così: «Perché allora è morto? Dove sta la giustizia? (…) Fai solo la cosa giusta, la cosa giusta e la cosa giusta e la cosa giusta. Mille volte la cosa giusta. Cerchi di essere oculato, di essere ragionevole, di essere premuroso. E poi succede questo? Qual è allora il senso della vita?».

Una grande opera di letteratura può permettersi di far risuonare una domanda così, una domanda imponente e imbarazzante. Roth si dispone a osservare l’epidemia e i suoi effetti devastanti – sanitari, sociali – con un occhio lucido, disincantato. Spietato e pietoso insieme. C’è l’ottusità, la grettezza. C’è la gente spaventata («Sono atterriti, perciò si preoccupano di qualunque cosa»). Ma c’è anche la forza d’animo, lo slancio di chi non vuole arrendersi. La rabbia di fronte all’indecisione di chi amministra: «Quand’è che qualcuno deciderà qualcosa!». C’è il lutto insopportabile e c’è il mondo che, comunque, continua a girare. I desideri altrui che non si spengono: «Che differenza fa per le loro famiglie? Abbracciarsi, baciarsi e ballare come adolescenti malati d’amore ignari di tutto… serve qualcosa a qualcuno?».

Bucky – il ragazzo che non si dà pace di fronte alle vittime, perlopiù bambini, di fronte alla città che chiude tutto e si chiude – vuole trovare una ragione a questa assurda nemesi, a questa condanna senza colpa. Si rivolta contro Dio, non accetta l’idea di perdonare: «Come poteva esserci il perdono – per non parlare degli alleluia – di fronte a una tale folle crudeltà?». Il padre della sua ragazza lo incoraggia; gli dice che ha dimostrato equanimità, competenza, e questo è molto. «Bucky, ora sei scosso da quel che sta succedendo, ma anche agli uomini forti viene la tremarella. Devi capire che anche molti di noi sono scossi, nonostante siamo più vecchi e più ferrati di te in fatto di infermità».

Vuole trovare una necessità a quanto accaduto. Vuole trovare il suo ruolo, il ruolo giusto, anche se sa di non poter fare molto. «Non è questione di fare» conclude. «È questione di esserci!».

Nemesi consola nell’unico modo in cui la letteratura autentica può consolare: non consolando. Costringendo il lettore a guardare alla realtà senza che sia edulcorata, offuscata, attenuata la sua insensatezza. Puoi, come Bucky, piangere di disperazione e di nostalgia – per la tua vita com’era: la luce prodiga di luglio che si stende densa sopra ogni cosa, la polpa di una pesca; una serata trascorsa a ballare con una ragazza I’ll be seeing you con la voce di Billie Holiday. Puoi sentirti impotente. Puoi cercare impetuosamente una ragione a ciò che non ha ragione, cercare una necessità per qualcosa di «insensato, contingente, incongruo e tragico». Devi accettare di non trovarla. Devi accettare quei quattro aggettivi – esatti – che solo un grande scrittore è capace di individuare. Insensato. Contingente. Incongruo. Tragico.

Con Alessandro Baricco e Dave Eggers

«Neanche l’ha sfiorato l’idea che fare lo scrittore potesse bastare». Così ha detto una volta Alessandro Baricco parlando di Dave Eggers, ma forse ragionava anche di sé. I due hanno parecchi tratti in comune. Il primo esordì nel ’91, con Castelli di rabbia, a trentatré anni, «quando si è capaci di vertiginosa libertà-indipendenza-follia»; il secondo nel 2000, a trenta precisi, con L’opera struggente di un formidabile genio, e dell’esordiente che è stato dice di ricordare soprattutto il troppo gel che metteva nei capelli, indisciplinati come la sua prosa. Hanno scritto una decina di romanzi ciascuno, ma non si sono limitati a quello. Editor, imprenditori, “didatti”, performer. Hanno fondato scuole di scrittura, la Holden e 826 Valencia. Eggers si è inventato la rivista-casa editrice “McSweeney’s”, sceneggia film, crea una playlist musicale anti-Trump lunga quattro anni. Baricco continua a praticare la sua “narrazione del sapere”, dagli anni della tv alle più recenti “Mantova Lectures” in teatro. Accade spesso agli scrittori di prestarsi a diverse esperienze, spesso anche per ragioni alimentari. Nel loro caso corrisponde – direbbe l’uno – a una precisa «idea di mondo»; alla «fame che abbiamo» – direbbe l’altro – di capire, di stare davvero nel presente.

È davvero possibile, oggi, essere “solo” uno scrittore?

BARICCO: «Il mio istinto mi ha portato da subito a fare anche altro. Nel tempo, mi è parso chiaro che non ero un caso isolato; ora è abbastanza evidente che il profilo dello scrittore “puro” continuerà a esserci, ma forse circoscritto a pochi. Per il resto, si imporrà questa figura di autore che fa molte cose, o forse comunque una sola: un’opera che si compone di tanti gesti diversi».

EGGERS: «Essere uno scrittore è già parecchio. Ma a volte si presentano idee che vanno attuate fuori dalla pagina, su un piano concreto. Altre volte si presenta un problema del mondo reale, e uno scrittore, o qualunque umano, potrebbe essere in grado di vedere una soluzione possibile».

Che rapporto c’è fra i diversi piani del vostro lavoro?

EGGERS: «Accade che ci sia qualche sovrapposizione, ma la mia scrittura è molto distinta dal resto del lavoro. Quando scrivo, sono solo nel mio garage, e davvero sconnesso da tutto il resto. Il mio ultimo libro, che racconta una dentista in Alaska, non aveva legami diretti con nessun aspetto della mia vita. Be’, un legame l’ho visto dopo: quando sono andato dal dentista e ha trovato un mondo di problemi nella mia bocca».

BARICCO: «Posso dire che fra le cose che faccio, scrivere libri resta un gesto diverso, alto, faticoso, forse in assoluto il più complesso».

In ogni caso, avete in comune una certa inclinazione a sperimentare.

BARICCO: «Mettiamola così: né io né lui abbiamo mai fatto la tessera del club a cui apparteniamo, “quelli che scrivono libri”. Tutte le volte che c’era la cena sociale non siamo andati. Dove eravamo? Io magari a spiare qualcosa, a scegliere le maniglie per le porte della mia scuola; lui in Alaska con i suoi figli a vedere come si vive senza computer, o a decidere un font. Hai presente quello che nella foto di gruppo non viene mai, perché non c’era o è nascosto da qualcun altro? Ecco. Mi pare che entrambi, a proposito di collisioni, siamo impegnati in una somma di micro-collisioni quotidiane con il nostro stesso mondo».

EGGERS: «Ogni percorso è stato davvero inaspettato, non pianificato. Ho rinunciato da molto alla convinzione che la vita si sottometta a qualsiasi disegno predefinito. E quando ti apri ad “affluenti” casuali, tutto diventa di gran lunga più piacevole».

Che cosa significa per voi lavorare nel campo della formazione? La madre di Eggers era un’insegnante.

EGGERS: «Mia madre era una professoressa, sì, e amava il suo lavoro. Quando stai per molti anni su un libro, arrivano momenti in cui ti senti inutile. Ma quando lavori con uno studente, scopri qualcosa sempre, ogni giorno è una rivelazione. Gli esseri umani aspirano a essere necessari, utili, e nel campo dell’educazione un adulto si sente cruciale. Gli insegnanti lo sanno, e tutti gli altri possono, ogni tanto, averne un assaggio».

BARICCO: «Per me quella “pedagogica” è una linea di ricerca. Non saprei definirla bene nemmeno adesso, e divulgazione non mi sembra esatto. È più probabile che si tratti di una “narrazione del sapere”. Dagli anni in tv al lavoro sull’Iliade, alle “Lectures”, tutto va nella stessa direzione. Devo solo trovargli un nome. Prima o poi lo troverò. Quanto alle nostre scuole, il punto di contatto, nella diversità, mi pare questo: tutti e due crediamo che l’esercizio della scrittura renda più atti a difendersi nel presente».

Scrivere è davvero essenziale anche per chi non ne farà mai un mestiere?

EGGERS: «È assolutamente centrale. Per gli studenti a basso reddito che seguiamo nella nostra scuola, l’abilità nella scrittura può significare l’ammissione a un’università di livello, passare da scarse aspettative a luoghi di opportunità. E comunicare con efficacia è un’abilità che chiunque può acquisire con un lavoro assiduo. Negli Stati Uniti abbiamo avuto otto anni dignitosi con un presidente venuto in primo piano attraverso le sue capacità di scrittura; Obama ha scritto il proprio destino con il suo primo libro, Dreams of My Father. E questo è stato un grande esempio per gli studenti, specialmente per quelli di colore. Ora l’uomo alla Casa Bianca è l’opposto, uno che non legge libri e non sa sillabare la parola “presidente”. È un esempio devastante per cento milioni di giovani».

BARICCO: «A che serve scrivere se non si è scrittori? A trovare una gerarchia nel caos, per esempio. La più semplice delle frasi è un sistema gerarchico. E così la costruzione di un racconto esercita la capacità di organizzare un’enorme quantità di materiale. Prendi un manager: si sveglia la mattina e deve risolvere problemi. Se riesce a farlo è soprattutto perché sa metterli in ordine, rapidamente. Un’altra cosa che oggi serve in qualunque campo, è la duttilità: saper lavorare simultaneamente su tavoli diversi. Quando scrivi una storia impari, mettiamo, a costruire un dialogo fra quattro persone: un vecchio, un bambino, uno che balbetta e un analfabeta. Ecco, quando in una riunione hai davanti a te l’americano proprietario dell’azienda dove non aveva ancora messo piede, il tuo vecchio capo che non capisce più tanto, una rampante ragazza di ventott’anni e devi metterli in relazione… be’ se hai scritto un racconto come si deve, metà del lavoro l’hai già fatta».

La Repubblica, 14 luglio 2017

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